Bones: recensione dell’episodio 10×02 ‘The Lance to the Heart’ [spoiler]

Nel secondo episodio della decima stagione il team di Bones dà il suo addio a Lance Sweets

La cospirazione dalla A alla z
Nonostante abbia nel tempo tenuto traccia di tutti i collegamenti di questa incredibile cospirazione descritta in Bones, adesso che è giunta al termine, proverò a riassumerla insieme per voi.
Tutto parte da Stephanie McNamara, nonché la killer fantasma.
Alla sua morte Booth riceve la telefonata di un certo Wesley Foster che intende consegnargli del materiale scottante sulla famiglia McNamara, materiale che dimostrerebbe come una talpa all’interno del FBI conoscesse l’identità del killer fantasma e l’avesse tenuta nascosta. Foster viene però trovato morto, ma grazie ad un piercing che indossava, e che in realtà nasconde un cip di computer, il team del Jeffersonian risale al nome di un certo Howard Cooper che viene spesso nominato all’interno dei file contenuti nel cip.
Cooper, che risulta morto 20 anni prima di leucemia, aveva lavorato presso l’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente. Dopo una carriera fulminea, ma sospetta, si scopre che l’uomo aveva negato il permesso di costruire una fabbrica ad una certa Sanderson Chemical pochi mesi prima di morire.
Brennan fa riesumare i resti di Cooper per constatare se la causa di morte sia davvero quella dichiarata.
Il team scopre che cinque anni prima di morire, Cooper era andato in ospedale, il Bethesda Presbyterian. Dal referto si evince che aveva dichiarato di essere caduto dalle scale, ma Brennan scopre invece – grazie ai suoi resti – che era stato investito, quindi, insieme a Booth, interroga il medico che lo aveva trattato al tempo, un certo Glenn Durant.
Durant mente a Brennan e Booth, dicendo di non sapere nulla dell’incidente, ma quando viene fuori che in realtà era a conoscenza dei fatti per aver trattato, la stessa notte, un barbone che era morto colpito dalla medesima macchina che aveva investito Cooper, confessa di essere stato ricattato ed obbligato e scrivere un falso referto dopo che gli era stato mostrato un video della sorveglianza del Bethesda Presbyterian in cui rubava dei farmaci che poi rivendeva per pagarsi gli studi di medicina.
L’agente Aubrey, nuovo membro del team di Booth, seguendo questa pista, scopre che a capo della sicurezza dell’ospedale, al tempo, c’era un certo Jerold Norsky.
Norsky, tre anni dopo aver scoperto Durant a rubare, era andato a lavorare per la Unitech, una società controllata dalla Sanderson Chemical, oltre ad aver lavorato per un paio di senatori e persino per i McNamara. Quando Booth e Brennan si recano ad interrogarlo, scoprono che l’uomo aveva fatto parte dell’FBI quando a capo del Bureau c’era Hoover. Al tempo si sapeva che l’uomo era solito conservare ed utilizzare per motivi non sempre del tutto leciti, dei documenti compromettenti su politici e personaggi potenti i quali si suppone siano stati distrutti alla sua morte.
Nel frattempo al Jeffersonian, Brennan riesce a dimostrare che la causa della morte di Cooper non è la leucemia, ma che all’uomo è stato iniettato un farmaco che ha reagito con le sostanze che prendeva per la chemioterapia, portandolo alla morte. Il farmaco in questione era prodotto della Sanderson Chemical. Avendo così stabilito una connessione tra la morte di Cooper e la Sanderson, Caroline riesce ad ottenere un mandato per sequestrare i documenti della società.
Sweets si offre di andarli a prendere e muore nel tentativo.
Il team scopre che Sweets è stato ucciso da un militare addestrato e trova delle fibre nei suoi abiti che conducono ad una Mercedes prodotta in edizione limitata, il che rende più facile il rintracciarla. Una volta trovata l’auto Aubrey e Booth scovano anche il killer di Sweets, il cui cadavere viene ritrovato non lontano.
L’assassino si rivela essere Kennet Emory, un ex compagno di accademia di Aubrey, a Quantico, il quale aveva lasciato l’FBI per andare nei SEAL. Nell’effettuare l’autopsia di Emory, Brennan scopre che l’uomo, a cui Sweets aveva sparato, ferendolo, è stato finito da qualcuno che voleva assicurarsi il suo silenzio.
Angela, dietro suggerimento di Hodgins, scopre che il dottor Durant conosceva Cooper per aver preso parte insieme lui a dei convegni e che quindi ha mentito a Booth, il quale torna ad interrogarlo. Durant, preoccupato per la sua incolumità, indica una foto di Norsky, rivelandogli che è il responsabile della morte di Cooper, ma quando Booth torna da Norsky, l’uomo si rifiuta di rispondere alle sue domande.
Ora che i nomi di tutti gli attori in gioco sono stati rivelati, Angela ed Hodgins si rendono conto che i famigerati documenti di Hoover sono la chiave del mistero, che probabilmente non sono stati distrutti e che solo grazie alla loro esistenza qualcuno è in grado di ricattare personaggi tanto potenti e tenere le fila di questa complessa cospirazione. Cercando quindi l’identità dell’uomo di cui Hoover avrebbe potuto fidarsi tanto da lasciargli in eredità un tale tesoro in informazioni, si imbattono nel nome di Desmond Wilson.
Wilson era uno degli aiutanti di Hoover, andato in pensione dall’FBI pochi mesi prima della presunta distruzione dei documenti.
Grazie ad una fotografia, Brennan scopre che Wilson era il patrigno di Gleen Durant.
Il team del Jeffersonian scopre inoltre che l’assassino di Cooper, nell’iniettare  il farmaco che avrebbe ucciso l’uomo, si è ferito, trasferendo parte del suo DNA nel midollo della vittima, provocandogli l’insorgere di un tumore. Identificare questo DNA porterebbe quindi alla soluzione del caso, ma purtroppo non si trova nel CODIS. Booth, provoca un alterco con Durant e lo colpisce per procurarsi il suo sangue ed incastrarlo.
Ma non è finita qui, perché il vero problema è ritrovare i documenti di Hoover, grazie ai quali Durant potrebbe continuare a ricattare diversi personaggi di rilievo per uscire dai guai.
Usando gli appunti lasciati da Sweets sul caso, Booth, Brennan e Aubrey riescono a rintracciare i documenti nell’ufficio di Hoover, ricostruito in una mostra permanente ospitata dal Jeffersonian, messi lì in bella mostra come fossero oggetti di scena, che in realtà nascondono un terribile segreto.

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Sweets
Non è mai facile dire addio ad un personaggio che ha significato tanto per la serie in questi anni, ma ciò che è certo è che Bones gli ha reso il giusto omaggio. Non esiste membro della squadra che non sia toccato dagli eventi ed il dolore e la costernazione che tutti sono riusciti a portare sullo schermo sono stati credibili e non troppo lacrimevoli. Uno dei momenti culminanti della puntata è infatti l’aperta discussione tra Booth e Brennan. Quando lei torna a casa e trova Booth pronto a  portare avanti la  sua vendetta privata ed uccidere Sanderson (che tra l’altro si rivelerà non essere il diretto responsabile della morte del loro amico), gli grida addosso tutta la sua frustrazione, in uno degli scontri più accesi ed insieme coinvolgenti che abbiamo visto nella coppia. C’è una tale passione nelle parole di Brennan che non è facile non rimanerne coinvolti, lei accusa Booth di stare fuggendo dalla vita in cui credeva, dalle sue convinzioni più profonde, accecato dalla rabbia e senza considerare fino in fondo tutte le prove a loro disposizione, il che si dimostrerà essere assolutamente vero. Booth è talmente furioso e accecato dal risentimento e dalla sofferenza che non riesce a ragionare con chiarezza, eppure Brennan riesce a riportarlo sul giusto binario infrangendo la corazza che si era costruito, pur soffrendo anche lei immensamente per la perdita di Sweets.

Per quanto concerne John Francis Daley ed il suo addio alla serie, in una recente e dolce amara intervista rilasciata a TV Line, ha così descritto il suo addio a Bones:
E’ stato un giorno buffo. Se lo avessi programmato io, non lo avrei fatto così. [Ride] L’ultima scena che abbiamo girato era quella in cui venivo chiuso nel sacco da cadavere. Ero ricoperto di sangue, nessuno voleva toccarmi perché ero tutto appiccicoso. Non ho potuto abbracciare nessuno. Era mezzanotte, quindi gran parte della troupe principale era già andata via. Gli autori erano già a casa. I produttori erano al Comic-Con, così come David [Boreanaz] ed Emily [Deschanel], quindi sono uscito dal teatro dove stavamo girando senza poter salutare davvero nessuno e mentre camminavo verso la mia roulotte ho avuto come una realizzazione ‘oh, merda, è tutto così strano!‘ E sono arrivate le lacrime. E’ stato molto catartico.
Per quanto concerne invece la scelta degli autori di uccidere il suo personaggio, piuttosto che farlo andare via per un certo periodo e farlo poi ritornare, per andare incontro alle sue nuove esigenze lavorative di regista, Daley ha detto:
In un mondo perfetto mi sarebbe piaciuto completare il film e poi tornare alla mia famiglia di Bones. Ne avevo parlato con Stephen Nathan e lui mi aveva detto che sarebbe stato meglio per i fan concludere la storia di Sweets in un modo drammatico, piuttosto che lasciarla in sospeso per poi farlo tornare a metà della stagione. Non potevo rifiutare il lavoro come regista. E’ una grande opportunità. Sento che è il passo giusto da fare per la mia carriera e la mia vita, ho sempre sognato di essere un regista. Quindi non potevo voltare le spalle all’occasione di poter fare qualcosa a questo livello – è un film molto importante. E’ sicuramente stato un sacrificio, ma sto girando da tre settimane ed è uno dei momenti migliori della mia vita. Non potrei immaginare un altro modo in cui le cose avrebbero potuto funzionare.

E voi, cosa ne pensate? Vi è piaciuta la grande cospirazione scritta dagli autori, pensate sia stata resa giustizia a Sweets, ma soprattutto, vi mancherà?