Panel political drama al Roma Fiction Fest

La seconda ed ultima masterclass, fiore all'occhiello del Roma Fiction Fest, è tutta dedicata alla televisione che fa politica

Se c’è una cosa in cui il Roma Fiction Fest eccelle ogni anno è la scelta degli ospiti per le sue masterclass.
Anche in questo caso, il panel che ha visto ospiti HOWARD GORDON (Produttore di Homeland, Tyrant), MARIANNE GRAY (Produttrice di Occupied) e LORENZO MIELI (Produttore di 1992) si è rivelato una piacevole sorpresa.

Anticipato dalla proiezione in esclusiva di un episodio di “The Writers’ Room” dedicato alla serie House of Cards, durante l’incontro si è parlato del modo in cui in Italia si racconti principalmente la politica attraverso elementi della satira, mentre negli Stati Uniti le serie a tema politico tendono ad avere una dimensione di tragicità che manca nelle nostre.
Secondo Giuliana Muscio, storica del cinema, una chiave per interpretare queste serie dedicate alla politica è che in esse non viene più esplorato il concetto di “giallo“, ma di “noire,” nella misura in cui si va a cercare non tanto la colpa del passato, quanto il segreto del passato. Sono serie in cui i politici non sono più visti come uomini del sociale, ma vere e proprie celebrities ed alcuni dei temi trattati, come l’elemento della guerra per esempio, hanno un impatto talmente decisivo sul mondo che non possono essere affrontati con leggerezza, ecco in quale senso quindi la fiction racconta effettivamente la realtà.
Il confine tra la finzione narrata dalle serie televisive e la realtà è sempre più sottile e questa forma d’arte televisiva si fa ogni giorno più realistica. Sempre secondo la dottoressa Muscio, una delle cose più interessanti è stata per esempio scoprire le fonti di Scandal, in cui il personaggio del presidente Fitzgerald Grant dovrebbe rappresentare Bush. E’ difficile capire in questi show se si stia parlando di politici repubblicani o democratici, ci si concentra infatti soprattutto sul gioco sporco della politica e non sugli ideali o sui programmi. Il rapporto con la realtà può essere più complesso di come non viene mostrato in queste serie, ma l’invenzione non supera mai la fantasia.

Con i produttori ospiti si è parlato di quanto difficile sia parlare di politica in televisione: per quanto concerne Occupied, un thriller politico ambientato in un futuro non molto lontano in cui la Russia invade la Norvegia per assicurarsi una via per la distribuzione del petrolio nel resto del mondo, la produttrice Marianne Gray ha specificato come la serie – sebbene i temi affrontati siano legati alla politica – tratti soprattutto della reazione di persone normali poste di fronte a circostanze così eccezionali. Gli accadimenti descritti in questo show hanno, in un certo senso, preceduto la realtà. La Gray aveva infatti cominciato ad immaginare la trama della serie già nel 2009, senza pensare al fatto che quegli eventi potessero essere oggi considerati realistici. Oggi si tende a pensare che alcune cose non possano mai accadere, tragedie come quelle dell’11 settembre sono inimmaginabili, ma poi accadono, non per questo però le fiction hanno una responsabilità verso la realtà, perché sono appunto tali, una finzione.

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Lorenzo Mieli, nel presentare 1992, una serie che racconta gli accadimenti politici di quell’anno in Italia, ha specificato come, per dare giustizia al concetto di serialità si sia scelto di narrare gli eventi politici del nostro paese in quel particolare anno e di come si sia poi fatta una scelta creativa di narrare fatti reali attraverso le azioni di protagonisti fittizi, ricalcando le azioni di quelli reali che davvero hanno mosso le fila di tutti gli eventi di quell’anno.

Howard Gordon ha invece raccontato come per esempio in 24 nessuno abbia mai messo in discussione la responsabilità degli autori o moralità di Jack Bauer, il protagonista della serie, fino a che non si è cominciato a parlare degli eventi che hanno coinvolto Guantanamo, Abu Ghraib, l’Afghanistan e l’Iraq. Nessuno prova piacere nell’essere accusato di essere qualcuno che divulga idee violente, ma come autori di storie, i creatori e produttori televisivi, hanno la responsabilità di porre delle domande, non quella di dare delle risposte.