Roma Fiction Fest: masterclass con Gale Anne Hurd

Gale Anne Hurd, produttrice di The Walking Dead e di film di culto come Terminator, The Abyss ed Aliens ha incantato il pubblico del Roma Fiction Fest

Intervistata da Marco Spagnoli per il pubblico del Roma Fiction Fest, Gale Anne Hurd, produttrice esecutiva di The Walking Dead e di film di culto come Terminator, The Abyss ed Aliens è stata la protagonista della masterclass tenutasi sabato 13 settembre, che ha seguito la proiezione in anteprima mondiale, del documentario “The Walking Dead – Most Dedicated Fans.

Gale Anne Hurd 1

Marco Spagnoli: Prima di parlare di The Walking Dead vorrei chiederle come si è avvicinata al mondo del cinema e come sia nata la sua passione per la televisione ed il grande schermo.
Gale Anne Hurd: Sono stata da sempre una fan del cinema e della televisione, ho un fratello maggiore che leggeva i fumetti e mi sono appassionata anche a quelli, ma il momento che ha fatto la differenza è stato al college, a Stanford. Ho trascorso un periodo di studio in Inghilterra, dove ho seguito dei corsi di “Broadcasting” e a quel punto ho realizzato che quella era una carriera che avrei potuto perseguire. Poi ho ottenuto il mio primo lavoro con Roger Corman.

Lei non si è solo limitata a perseguire una carriera, ma ha reinventato il genere di film che ha prodotto, creando pellicole innovative. Quanto coraggio ci vuole a pensare così al di fuori degli schemi?
Sono stata inizialmente ispirata da 2001 Odiessea nello Spazio di Stanley Kubrick, quella è la stata la prima volta che ho visto un film di fantascienza trattato come un film di serie A. Era un periodo in cui, insieme con Roger Corman, condividevamo una passione, avevamo lo stesso desiderio di raccontare una storia in cui i protagonisti fossero personaggi forti e non prodotti usa e getta.

(Segue la visione di una clip di Terminator.)

Ricordo che guardando questo film al cinema al suo debutto, pensai che avevate preso un attore che conoscevamo per aver interpretato Conan e lo avevate inserito in una nuova realtà, reinventando la sua carriera ed anche questa è una caratteristica del suo lavoro: scegliere la persona giusta per il ruolo giusto, come avete pensato a lui?
Mi sta dando davvero troppo credito, perché nella visione che ne avevamo io e James (Cameron) quello era un personaggio che doveva essere interpretato da qualcuno molto diverso da Arnold Schwarzenegger. Noi volevamo proporgli il ruolo di Kyle Reese, ma quando lo abbiamo incontrato ad un pranzo per proporgli il nostro progetto, abbiamo finito per parlargli soprattutto del terminator e di come sarebbe stato un personaggio con le caratteristiche di uno squalo che va a caccia del suo pasto successivo, senza emozioni, con una missione da compiere. Alla fine del pranzo – per cui Arnold ha dovuto pagare, il che è stata una delle esperienze più strane della mia vita, perché tu va i a parlare con qualcuno di un film, ma non hai nemmeno i soldi per pagare il tuo pasto – lui disse che voleva interpretare Terminator. Ed ecco quindi come è andata.

Quale qualità deve avere un produttore per avere successo?
E’ essenziale saper riconoscere una buona idea, qualunque sia la sua provenienza. Una volta che l’hai individuata devi essere in grado di convincere il regista, il network, gli attori. Il che significa che a volte devi essere una cheerleader, altre un sergente di ferro o uno psicologo…devi veramente lavorare in molte direzioni per essere un buon produttore.

(Segue la visione di una clip di Alien – Scontro Finale.)

Guardando queste clip non posso fare a meno di pensare che questi sono film che ancora dominano l’immaginario collettivo, avete inventato delle saghe.
Aliens senza  Ridley Scott non sarebbe mai esistito, ma quando James (Cameron) ha preso le redini di Alien – Scontro finale ha detto da subito che lo avrebbe reinventato e che non voleva produrre un rifacimento del precedente. E’ importante rinnovare sempre un prodotto.

Con questo genere di film voi avete dato un timbro ed un’impronta a questi prodotti dando di fatto vita al concetto di serialità, che è poi ciò che oggi lega il pubblico alla televisione. A volte le persone hanno aspettative che vengono deluse, altre riescono a riconoscersi nella produzione successiva.
E una delle ragioni per cui mi piace tanto fare televisione. Nello stesso tempo in cui si impiega a fare metà film, oggi facciamo sessanta ore di televisione che trascorri con gli stessi personaggi, raccontando una storia. Questa per me è una grande gioia, perché tra un film e l’altro possono trascorrere anni, ma nelle serie TV hai lo stesso cast e la stessa troupe per anni e si crea un legame che non si ha quando si produce un film.

(Segue la visione di una clip di Abyss.)

Il cinema che ha fatto è un cinema diverso da quello di oggi. Con tutto il rispetto per i grandi successi odierni, tratti per esempio dai fumetti, il suo era un cinema fatto di idee originali. Come guarda a questo nuovo cinema, cosa è cambiato davvero? Gli Studios hanno problemi, mancano le idee?
Gli Studios hanno paura, il che è buffo, perché Abyss è costato 40 milioni di dollari, Terminator 5.6 milioni, Alien 13 milioni. Oggi i film considerati blockbuster estivi costano 200 o 300 milioni di dollari e queste non sono cifre con cui puoi prenderti dei rischi. Se fai una scommessa quando sono in ballo queste cifre e la perdi, perdi gli Studios, quindi vengono fatte scelte non pericolose, come i sequel e i remake. Si risponde a ciò che il pubblico chiede ed il pubblico chiede comprando i biglietti del cinema. Ma queste storie – e questa è la mia umile opinione – non hanno gli stessi protagonisti di una volta, i personaggi non hanno il medesimo spessore. E’ molto difficile vedere qualcosa di nuovo. Christopher Nolan ha avuto grande successo con Inception, James (Cameron) con Avatar, ma è molto raro e solo alcuni registi riescono ad ottenere quel genere di investimenti e fiducia.

Qual è, secondo lei, il rapporto tra cinema e televisione negli Stati Uniti e non solo? Siamo reduci da un’estate non molto fortunata per il cinema, quindi evidentemente il pubblico non va a vedere quelle idee poco originali di cui parlavamo prima.
Credo che stiamo abituando il pubblico ad avere tutto e subito, è una cosa che sta già accadendo, si fa bing watching [N.D.A: la pratica di guardare uno show per diverse ore consecutive], si ottengono informazioni grazie agli smartphone, mentre non è possibile avere accesso immediato ad un film. Bisogna metterci d’accordo, andare al cinema e comprare i biglietti e le persone lo fanno solo per i film che proprio non vogliono perdersi, per quelli di cui non sono convinti, non lo fanno più. Nel passato se c’era entusiasmo per un film, la gente trovava il tempo per andare a vederlo, adesso l’atteggiamento è di aspettare che esca su Netflix. Io spero ci siano sempre più film che spingano le persone ad uscire fuori di casa per andarli a vedere, ma penso sia una cosa che può potenzialmente mettere a repentaglio il nostro lavoro.

Come è nato il progetto di Waterdance (Vita di cristallo), che è molto diverso da ciò a cui ci aveva abituato fino a questo momento.
E’ buffo, perché la stampa mi chiede spesso perché io non faccia film diversi da un certo genere. Io li faccio, siete voi che non li guardate! Amo molto le storie in cui si affronta la condizione umana, faccio anche documentari. In questo caso la storia parla di un autore televisivo che ha un incidente durante un’escursione in montagna e rimane paralizzato, questa per me è una storia veramente potente, sapere come avrebbe affrontato il problema, cosa avrebbe fatto… e la storia mi ha coinvolta talmente che ho rinunciato al mio compenso ed abbiamo girato il film con meno di 2 milioni di dollari, con un fantastico cast. Nella clip, per esempio, vedrete Wesley Snipes interpretate un ruolo molto diverso dal suo solito.

(Segue la visione di una clip di Waterdance – Vita di cristallo.)

Immagino che riceva molte sceneggiature, cosa deve avere un progetto per attirare la sua attenzione?
Principalmente sono attratta dal cammino che i personaggi principali compiono, tendo a prediligere storie che parlano di persone normali che affrontano circostanze straordinarie, storie che parlano della condizione umana. Storie come quella di Ripley (Alien), la cui più grande paura era quella di affrontare nuovamente gli alieni, ma che supera le sue paure quando scopre che ci sono delle persone in pericolo che non sono a conoscenza del rischio che stanno correndo.

Penso che questo genere di film, al di là del grado di intrattenimento che forniscono, diano anche un’educazione sentimentale al pubblico, raccontano qualcosa che ci tocca.
In quanto esseri umani siamo chiamati ogni giorno a fare delle scelte e percorriamo un diverso cammino a seconda delle scelte che facciamo, dal più piccolo film come questo [Waterdance], fino al più grande, tutto si riduce alle scelte morali ed etiche che sono in ballo e questo è il modo in cui far affezionare il pubblico al personaggio. Se i personaggi sono onesti il pubblico li accetterà e li accoglierà.

(Segue la visione di una clip di The Walking Dead.)

Cosa l’ha affascinata di questo progetto e come vi si è avvicinata?
Ero una fan dei fumetti, che sono stati pubblicati la prima volta nel 2003, ciò che mi affascinava della storia era questa paura di poter diventare uno zombie, rischiando poi di uccidere a tua volta le persone che amavi. Il fumetto, nella sua bidimensionalità, è riuscito nell’intento di coinvolgermi ad un punto tale che ho pensato che sarebbe stata una bellissima storia da raccontare e trasmettere negli Stati Uniti. Poi la Fox è stata così intelligente da lanciarla in tutto il mondo. Raccontare quindi il conflitto, attraverso scelte epiche, è stato un successo per i videogame, i fumetti e la serie.

The Walking Dead è un successo mondiale, come si rapporta alle aspettative del pubblico, costruire un universo narrativo in televisione con le sue trame, i suoi personaggi, è un po’ come giocare a fare Dio e può essere molto divertente e molto creativo.
La cosa buona è che il creatore dei fumetti, Robert Kirkman è molto coinvolto nella serie, non è solo un produttore esecutivo, ma  siede nella stanza degli autori, dove si determina che direzione prenderà una stagione, quali personaggi nuovi verranno introdotti. Sorprendentemente è lui a spingerci a superare i nostri limiti. Ma essenzialmente viviamo in una bolla di sapone, perché giriamo in un piccolo centro in Georgia, dove il cast e la troupe hanno creato una famiglia, quindi queste circostanze ci hanno davvero aiutato a non subire la pressione esterna, perché non la viviamo giorno per giorno.

Gale Anne Hurd 2

La domanda di DGMag.it: Ha già accennato al fatto che la nostra è una società molto veloce, che brucia tempi e tappe e volevo chiedere la sua opinione sul perché la televisione rappresenti invece un’inversione di tendenza, perché il pubblico richiede più puntate, più stagione, prediligendo di fatto la serialità che non evoca un concetto di velocità.
Gale Anne Hurd: penso che le serie televisive oggi siano molto diverse da come erano un tempo, sono incentrate sui personaggi. Si ha il tempo, in un episodio, di raccontare la storia di diversi protagonisti. Nel passato c’erano i procedurali, in altre parole i personaggi dovevano limitarsi a risolvere un crimine o trovare il cattivo o, se era un dramma ambientato in ospedale, salvare il paziente di turno, che è una modalità che ha ancora oggi molto successo, ma se salti un episodio di questo genere di show, non è un problema, puoi riprendere dal successivo senza perdere il filo della trama. Con i racconti serializzati, se perdi un episodio, quello successivo non avrà senso e questo è il motivo per cui la televisione si è tenuta alla larga da questo genere per così tanto tempo. Non si possono mandare gli episodi in un ordine di trasmissione diverso da quello di produzione e non si può perdere la visione di nessun episodio e la cosa fantastica di questi nuovi dispositivi [N.D.A ci si riferisce per esempio a Netflix o Hulu] è che se si perde un episodio si ha l’opportunità di recuperarlo. Le regole per raccontare una storia sono completamente cambiate e adesso abbiamo l’opportunità di narrare storie più complesse in cui ogni episodio deve seguire il precedente e questo è qualcosa che prima non potevamo fare, nonché il vero elemento di svolta nel modo di fare televisione.