Arrow: recensione dell’episodio 3×13 Canaries [spoiler]

Oliver è costretto ad accettare l'indipendenza del suo Team e Laurel affronta le sue peggiori paure in "Canaries"

Chi legge le mie recensioni probabilmente sa che tendo ad essere sempre abbastanza positiva nei confronti di questa serie, ma questo tredicesimo episodio della terza stagione penso che abbia portato al pettine un po’ tutti i nodi che gli autori hanno creato nel loro cammino, unendoli in un unico immenso groviglio non facile da sciogliere.

Sicuramente mi è piaciuto dell’episodio il fatto che Oliver debba imparare ad accettare che essere un leader non significhi necessariamente essere un despota, che il suo team, in sua assenza, ha saputo raccogliere i cocci rotti che lui ha lasciato andando a combattere Ra’s al Ghul, imparando a difendere Starling City anche senza la sua presenza e che questo stato di cose non può essere disfatto come se nulla fosse. Il Team Arrow è andato avanti ed Oliver deve accettare il fatto, come sottolinea Diggle in quella che forse è la scena più bella dell’episodio, di essere stato in grado di costruire qualcosa di così grande da vivere anche a prescindere dalla sua presenza. La missione di Arrow non è più qualcosa di esclusivo, non appartiene solo ad Oliver Queen e lui, in finale di puntata, sembra finalmente accettarlo.

Parliamo invece della scelta di Oliver di rivelare la verità a Thea.
Nonostante fosse arrivato il momento che anche lei sapesse, c’è qualcosa in questa decisione o piuttosto nel modo in cui è stata giocata che mi lascia perplessa. La verità è che se Oliver non avesse pensato che il rischio di perdere Thea per mano di Ra’s fosse più grande di quello di perderla, ammettendo di averle mentito per tutto questo tempo, non le avrebbe rivelato la propria identità e nonostante il sollievo evidente che prova quando sua sorella accetta e comprende le sue ragioni, il modo in cui stanno scrivendo il personaggio di Thea sembra essere davvero superficiale. La ragazza pare infatti più una banderuola i cui umori sono completamente dipendenti dalla manipolazione altrui, piuttosto che la ragazza forte che crede di essere o che Malcolm crede di aver forgiato. Nonostante abbia sempre professato di non tollerale le menzogne, Thea passa infatti dalla completa accettazione della verità di Oliver ad un odio sfrenato nei confronti di Malcolm, colpevole di averla allontanata dal fratello, il tutto con la stessa velocità di un fulmine. E la cosa più assurda è che, in questo “gioco” che Oliver e Malcolm stanno giocando con la giovane, lei non conosce affatto la verità, non sa che avrebbe un’ancora più valida ragione per odiare suo padre, non sa di aver ucciso Sara per mano sua e non sa di essere l’obiettivo principale di Ra’s.
Ecco perché le parole di Malcolm, quel “Ra’s al Ghul usa le paure dei propri nemici, abbiate la meglio su di esse ed eliminerete questo vantaggio cruciale,” suonano vagamente comiche. Come è possibile che i fratelli Queen vadano sull’isola di Lian Yu per prepararsi all’arrivo di un nemico apparentemente impossibile da sconfiggere, senza che Malcolm ed Oliver siano coscienti del fatto che il loro più grande svantaggio è che Thea non sappia tutta la verità sulla morte di Sara e sui motivi per cui la Lega degli Assassini dà loro la caccia? Come è possibile che un segreto di queste proporzioni rimanga tale? E come pensano che Thea reagirà quando lo scoprirà?

Prima di affondare i denti negli ultimi spinosi problemi, parliamo brevemente di ciò che di questa ora mi è piaciuto maggiormente e che mi ha fatto una certa tenerezza. Roy è ancora innamorato perso di Thea, il suo desiderio di proteggerla, il suo sguardo quando la vede andare via con il personaggio abbastanza insignificante di Chase, il modo in cui tiene testa ad Oliver per difenderla, tutto ruota attorno all’amore ed la rispetto che prova per lei e spero sinceramente che Thea apra gli occhi e lo comprenda.
Altrettanto interessante ho trovato l’interazione tra Felicity e Laurel, nonostante il nostro amato genio del computer sembri l’unica a non avere il desiderio di indossare una maschera da supereroe, ancora una volta è lei a dare la giusta direzione a Laurel, a darle uno scopo, una ragione per combattere, esattamente come fece con Oliver.

Meno piacevole è invece il modo in cui gli autori stanno scrivendo il personaggio del Capitano Lance.
E sebbene mi riservi di mutare opinione nel caso in cui, nei prossimi episodi, venga affrontato il modo in cui lui sia stato ingannato, seppur a fin di bene, dalla figlia, trovo ci sia un certo squilibrio nel modo in cui passi dall’essere descritto come un uomo fragile, che necessita di essere protetto dalla verità, a colui che scopre senza battere ciglio l’identità di Arsenal o si dimostri un valido ed indispensabile alleato per il Team Arrow. E soprattutto, tutta questa fatica per nascondergli la verità sulla morte di Sara che scopo ha avuto se, alla fine, Laurel ha comunque dovuto rivelargli  questo doloroso segreto dopo averlo ingannato per mesi? Per come sono andate le cose avrei preferito che lo scoprisse da solo, avrebbe avuto più senso e sarebbe stato più coerente con il personaggio. Non si può pretendere che gli spettatori identifichino il Capitano con un uomo intuitivo un momento e con uno completamente manipolabile l’attimo dopo, anche in questo caso, la storyline scelta dagli autori per questo personaggio mi ha un po’ delusa.

Per quanto concerne Laurel, con l’accettazione di Oliver del suo ruolo ed il consiglio di Felicity, sembra che la giovane stia finalmente vestendo i panni di Black Canary con le giuste motivazioni e si stia integrando sempre di più nel Team, il suo personaggio sta sicuramente acquistando uno spessore che le è spesso mancato, ma le fondamenta sulle quali il suo cammino sono state costruite restano a mio avviso deboli e questo è un altro problema che non verrà mai risolto.

Ultimo, ma non ultimo, spinoso argomento che vorrei affrontare in questa lunga (ve ne chiedo scusa) recensione riguarda Felicity. Quello che mi è sempre piaciuto di questo personaggio è la sua forza, la sua capacità di tenere testa ad Oliver, anche quando sembrava impossibile farlo. Nella scorsa puntata ci hanno dimostrato quanto i suoi principi siano saldi, quanto creda nella sua missione e fino a che punto detesti i compromessi, il suo punto di vista è completamente comprensibile, Felicity non riesce ad accettare la presenza di Malcolm nel Team e, considerato ciò che l’uomo ha fatto, è difficile biasimarla. Non penso che quello che davvero conti sia chi abbia ragione, se Oliver o Felicity quando ciò che è spiccato in questo episodio è la rabbia e l’astio che lei ha nei confronti di Oliver. Ne capisco l’origine, ne comprendo le ragioni, ma è come se le stessero cucendo addosso un abito che non le dona, Felicity ha sempre portato una luce in questo show che gli altri personaggi non avevano ed è sempre stata l’ago della bilancia in uno show che spesso vira in direzioni molto dark e, nonostante apprezzi la sua forza di carattere, non riesco a venire a patti con quel rancore nei suoi occhi, soprattutto perché credo che dietro quella rabbia, quelle giuste motivazioni ci sia un problema che la giovane si rifiuta di affrontare, qualcosa che non ha a che fare con il dispotismo di Oliver, ma piuttosto con ciò che avrebbe potuto essere, ma – almeno per ora – non è.
E’ comprensibile? Assolutamente sì.
Piacevole? Molto meno.
Felcitity è più di questo e spero che gli autori ne rispettino la natura e non ne sacrifichino la freschezza per le ragioni sbagliate.