Bones: recensione dell’episodio 10×13 The Baker In The Bits [spoiler]

Bones cerca il buono in ogni situazione, ed in un episodio dolcemente toccante, ci riesce

Poco dopo la messa in onda del 200° episodio di Bones, Stephen Nathan, il suo produttore esecutivo, aveva ammesso che una parte degli episodi che avrebbero seguito, sarebbero stati più “tranquilli” rispetto agli standard della serie, perché le spese fatte per l’episodio in costume con cui si è festeggiato questo importante giro di boa, non avrebbero permesso troppe follie da parte degli autori. Ciò detto, se uno si aspettava di vedere una serie di episodi un po’ piatti e noiosi, a questo punto ha già avuto modo di ricredersi.

Quello che di questa serie ancora funziona, e funziona bene, è la capacità degli autori di tirare fuori dal cappello ottimi episodi con poco, il che – va sottolineato – lo si deve soprattutto all’oliatissima macchina di questo show, al suo cast e soprattutto alla scelta degli autori di rendere le persone le vere protagoniste della serie, più che le situazioni. In questa tredicesima puntata della decima stagione molte cose hanno infatti funzionato bene, a partire dal fatto che Booth accenni più volte alla sua passata esperienza in prigione.

Purtroppo è spesso capitato che la linea temporale dello show non venisse, negli anni, rispettata e si “dimenticassero” eventi piuttosto importanti per i protagonisti, il fatto che in questo caso si colga il nesso logico dei fatti e la loro continuità, va accolto con un certo entusiasmo. Non solo l’atteggiamento di Booth verso l’esperienza passata è infatti strumentale alla trama dell’episodio, che coinvolge proprio degli ex carcerati, ma pare anche essere preparatorio nei confronti di quello che accadrà in seguito e di cui abbiamo già fatto cenno in questo articolo, che svelava alcuni degli spoiler per la restante parte di questa stagione.

Non è quindi solo interessante vedere un Booth che mostra un certo livello di comprensibile stress nei confronti dell’esperienza che ha vissuto in prigione, ma è anche stato molto piacevole vederlo interagire, dopo tanto tempo che non accadeva, con la sua amica di vecchia data Cam. La seconda importante storyline dell’episodio, che avrà anch’essa un seguito più avanti nella stagione, riguarda proprio lei e Arastoo. Il giovane comunica infatti a Cam che l’unico membro della sua famiglia a non essere riuscito a fuggire dall’Iran, suo fratello Hamid, è in fin di vita a causa di un tumore al cervello e che lui vuole andare al suo capezzale per non lasciarlo morire da solo. Considerato che Arastoo, a differenza dei suoi genitori, aveva infatti lasciato il suo paese a 18 anni, e di non essere mai stato formalmente esiliato, tecnicamente non dovrebbe correre rischi a tornare, ma sia lui che Cam sanno che i pericoli che potrebbe correre tornando sono in realtà molti.

L’uomo, la cui cittadinanza americana non verrebbe riconosciuta una volta messo piede in Iran, rischia infatti che il governo del suo paese gli impedisca di tornare in America ed il fatto che lui abbia deciso di partire senza parlarne con Cam, crea non poca tensione tra due. Pur comprendendo infatti le ragioni di Arastoo, come dirà Booth a Cam “è difficile girare le spalle alla propria famiglia,” la donna non riesce ad accettare quietamente la decisione del suo compagno e di fatto gli rinfaccia di non considerare abbastanza importante il suo ruolo nella sua vita se non ha preso in considerazione i suoi sentimenti nel decidere di tornare in Iran.
Per quanto ovviamente Arastto sia combattuto, ho molto apprezzato la fermezza ed insieme la dolcezza con cui affronta la difficile, se non impossibile, decisione che deve prendere. Nonostante Cam cerchi in tutti modi di trovare una soluzione alternativa alla sua partenza, lui sa di non avere scelta e pur ammettendo i rischi ai quali va incontro, deciderà di andare dal fratello con la preoccupata benedizione di Cam.
A questo proposito è interessante lo scambio che hanno Arastoo e Brennan in laboratorio, oltre ad essere indicativo di quanto questo personaggio sia evoluto nel tempo. Con il suo solito fare sbrigativo e logico, Brennan pone infatti Arastoo di fronte al fatto che, se davvero intende tornare in Iran, deve smetterla di fingere di non correre potenziali rischi a causa di questa decisione, ma deve essere onesto con se stesso e con la sua compagna così, se non dovesse più tornare, almeno avrebbe la consapevolezza di non averle mentito. Sinceramente brutale come sempre, ma incredibilmente attenta alle esigenze di chi la circonda, ecco chi è Temperance Brennan.

Il caso, che quasi in maniera del tutto incidentale ed inaspettata si trasforma nella caccia ad un serial killer, ha riguardato, come tutto l’episodio d’altronde, il concetto del trovare una parte di bontà in tutte le situazioni.
Come fa Booth nei confronti dei carcerati, ammettendo – dopo la sua esperienza – di aver imparato che anche in quell’ambiente ci sono brave persone che cercano semplicemente di arrivare in fondo alla loro condanna ed uscire per rifarsi una vita, come fa Arastoo, che – pur con tutte le riserve che può avere verso la politica del suo paese – ammette a Cam di amarlo profondamente e di aver scelto di credere che non correrà necessariamente un rischio tornando in Iran, perché c’è ancora del buono anche lì o come fa il proprietario del fornaio in cui lavoravano sia la prima vittima che il team del Jeffersonian trova, che lo stesso assassino, che –  assumendo ex carcerati – ha scelto di dare una seconda chance a persone a cui la società tende a chiudere in faccia molte porte o, infine, come fa Brennan che comprende che qualcosa turba Booth quando lui le confessa quanto continui a non piacergli dover usare la sua arma, dopo che ha sparato, senza ucciderlo, al killer per impedirgli di commettere un altro omicidio ed a cui lei risponde “per quella parte di bontà che c’è in te.