Bones: recensione dell’episodio 10×20 The Woman in the Whirlpool [spoiler]

Un episodio davvero particolare, un'atmosfera tesa e cupa che accompagna lo spettatore della show in un viaggio inaspettato nel cuore di uno dei suoi protagonisti.

E’ un momento difficile per Booth e Brennan, forse il più difficile che – in dieci anni di alti e bassi nella loro relazione – i due abbiano mai vissuto.
Si sa, i protagonisti di questa serie ne hanno davvero passate di tutti i colori e a volte si aveva persino la sensazione che l’intero universo cospirasse contro questa unione, in molti (spettatori compresi) hanno perso la fiducia e si sono persi lungo il cammino, ma Booth e Brennan, la mitica, solida coppia di Bones, ha affrontato tutte le sue battaglie senza mai perdere la fiducia che avevano l’uno nell’altra: cosa rende quindi questa puntata così diversa dagli altri?

Intanto l’ovvio – l’atmosfera – non ricordo onestamente in tutti questi anni di avvenimenti spesso coinvolgenti un’atmosfera così difficile, che aleggia in tutta l’ora dell’episodio, talmente pesante che persino la solitamente brillante e disinibita squintern Jessica sembra subirla, finendo per porre un freno al suo naturale entusiasmo. Sono passati ben sette anni da quando due giovanissimi Booth e Brennan, seduti su una panchina del Lincoln Memorial Reflecting Pool, si sono stretti la mano, convenendo di essere il centro, le fondazioni, su cui una strana squadra dedita a combattere il crimine aveva costruito la propria casa e che, come tale, avevano il compito di sostenerne il peso.
Se Booth e Brennan avessero retto, tutta la struttura sarebbe rimasta sempre solida.
E’ per questo che, tanti anni dopo, la crisi che questa coppia affronta è forse la più rischiosa per la tenuta stessa dello show, dei suoi personaggi e dello scopo stesso che si sono prefissati di raggiungere.
Il centro scricchiola, e con le prime crepe cominciano a sorgere dubbi e timori.

Ma attenzione però, non cede, scricchiola appunto, perché – come molto saggiamente Aubrey spiega a Jessica per averlo letto nel libro che Sweets ha scritto su Booth e Brennan – la loro relazione non è basata solo su un sentimento a volte sfuggente ed effimero come quello dell’amore, ma prima di tutto sull’amicizia e sulla fiducia reciproca.
E perché questo dovrebbe essere così importante, perché dovrebbe fare la differenza?
Perché a volte l’amore non basta, esattamente come in questa circostanza… Booth è sempre stato un uomo di poche parole, le volte in cui ha davvero, sinceramente, aperto il suo cuore a qualcuno, si possono contare sulla punta delle dita di una mano, il che non lo rende un uomo incapace di amare, tutt’altro, ma semplicemente qualcuno non abituato a condividere la parte più fragile di sé, e non è forse l’amore quel sentimento che rende due persone libere di essere fragili insieme?
Ecco, Booth e la fragilità non sono sue cose che vanno d’accordo, il suo difficile passato, la sua sindrome del cavaliere bianco – così la definì sempre il compianto Sweets – il suo bisogno di essere un protettore, piuttosto che quello da proteggere, hanno fatto di lui un uomo che difficilmente accetta la sconfitta o la necessità di fermarsi e pensare, per una volta, solo a se stesso.

Ed ecco il punto focale di tutto l’episodio o ciò che – negli spettatori meno attenti – ha provocato un senso di ribellione per l’atteggiamento apparentemente poco comprensivo di Brennan nei confronti di Booth.
Niente di più sbagliato, nonostante la difficile situazione, nonostante il senso di tradimento vissuto da Brennan per aver scoperto le menzogne di Booth e per aver messo a repentaglio la stessa sicurezza della famiglia che lui ha sempre spergiurato di amare, Brennan non smette di amarlo, glielo dice, al diner, anche quando si lasciano dopo una discussione che li lascia tesi e insoddisfatti. Da amica, da persona che conosce Booth forse persino meglio di quanto lui non conosca se stesso, Brennan comprende che quella che Booth deve combattere è una battaglia contro se stesso e che solo venendo a patti con le radici profonde di chi lui sia e di cosa davvero voglia da se stesso, può davvero vincere.
E’ una guerra senza esclusione di colpi, forse, per lui, persino più spaventosa di quelle vere che ha combattuto da soldato, perché deve affrontarla da solo, con il sostegno della sua compagna, certo, che Brennan certo non gli nega, ma con la consapevolezza di dover intraprendere un cammino che finalmente lo ponga di fronte a molte delle sue debolezze e che non deve solo affrontare per riavere indietro sua figlia, sua moglie o la sua vita… ma perché qualcosa in lui ha ceduto e solo comprendendo profondamente le motivazioni di questo cedimento potrà ritrovare l’equilibrio di cui ha bisogno. La sua famiglia è già lì che lo aspetta, Booth deve comprendere che non la perderà, ma che dovrà solo raggiungerla. Ecco perché le ultime parole con cui si conclude l’episodio sono tanto importanti, Booth ha bisogno di “comprendere meglio se stesso,” solo così potrà risolvere il suo problema. E’ la sua battaglia, la sua guerra, la sua ricerca e deve affrontarla scavando finalmente nella parte più profonda di sé, quella di cui in questi anni ha spesso negato l’esistenza.

Penso che questa storyline stia, in certo senso, salvando questa stagione, che non sempre ha brillato, per diversi motivi, a partire da una programmazione che spesso ha penalizzato lo show, per finire con episodi non particolarmente brillanti, il modo però in cui è stata affrontata, il realismo con cui Booth e tutte le persone che gli vogliono bene, vivono e subiscono queste ardue circostanze, sono una ventata d’aria fresca per lo show. E, aggiungo, devo ammettere di essere anche particolarmente colpita dal fatto che questo episodio sia nato dalla penna di Kathy e Kerry Reichs, perché – pur non essendo la prima volta che scrivono per lo show – è la prima che affrontano un argomento così profondamente legato al carattere dei personaggi e alla loro natura, ottenendo un risultato davvero encomiabile.

Come non citare poi la prova attoriale di David Borenaz in questo episodio?
Tutto nel suo atteggiamento, persino nella postura, è un segno del difficile processo mentale che sta affrontando per risolvere un problema che nemmeno lui riesce ad in quadrare fino in fondo, fino all’illuminazione finale, alla consapevolezza, all’accettazione di sé, che arriva proprio dentro quella sala degli interrogatori che lo ha visto protagonista, negli anni, di tanti successi ed in cui, questa volta, ammette invece la sua sconfitta ed il tutto per aiutare la figlia della vittima del caso che sta seguendo a comprendere la dipendenza della madre. perché Booth dopotutto è un uomo buono, molto più buono con gli altri di quanto, negli anni, non lo sia stato con se stesso.

Davvero un bell’episodio, di quelli da godere e vivere fino in fondo ed in cui questa serie continua a fare scuola, nonostante i suoi dieci anni di storia.