Bones: recensione dell’episodio 11×13 The Monster in the Closet [spoiler]

Fa la sua comparsa il nuovo raccapricciante serial killer in una trama che ci accompagnerà fino alla fine della stagione

Quando uno si domanda perché una serie come Bones sia arrivata alla sua undicesima stagione, la risposta migliore è: per episodi come “The Monster in the Closet.”

Devo dire che pochi show hanno avuto un cambio della guardia al proprio comando che si sia rivelato tanto fruttuoso come quello della serie veterana della Fox:  Jonathan Collier e Michael Peterson stanno facendo un incredibile lavoro con questa stagione, tirando fuori dal cappello un episodio migliore dell’altro, facendolo senza tradire la natura della serie o i suoi personaggi e dando loro ottimo materiale su cui lavorare a cominciare, per esempio, da Hodgins. Nonostante il suo atteggiamento sia umanamente comprensibile il modo in cui ormai si rivolge ad Angela e, più in generale, affronta il suo lavoro, sta peggiorando di puntata in puntata, lo scambio con Angela ad inizio episodio è un perfetto esempio del modo in cui l’uomo stia vivendo il suo dramma:

Angela: Ultimamente non ha rispetto per i vivi, quindi non vedo perché dovrebbe averne per i morti.
Hodgins: Beh, almeno la vittima tace.

La crudeltà di questa risposta è tale da rasentare l’interazione tra un uomo che abusa della propria compagna e la propria vittima. E di fatto, se non usando le mani, Hodgins sta decisamente abusando di Angela, quanto meno con le parole. E’ difficile accettare l’idea che una persona affettuosa e così totalmente innamorata come Hodgins si stia trasformando in quest’uomo pieno di risentimento e odio e mi domando se questo atteggiamento sia solo frutto del suo stato psicologico attuale o non nasconda piuttosto un deliberato tentativo di allontanare Angela da sé. Questa seconda possibilità non mi stupirebbe, ma – per quanto difficile da vedere – accolgo con un certo piacere un cambiamento del genere nella loro dinamica, non perché abbia il desiderio di vedere la coppia allontanarsi, ma perché questa trama sta dando ad entrambi gli attori la possibilità di addentrarsi in un territorio che, per noi, come per loro, è del tutto sconosciuto ed  avere la sensazione di non riconoscere più un personaggio che si segue da undici anni, credo sia un traguardo notevole per una serie ed i suoi autori.

Poi c’è il caso: è piuttosto normale in una seria longeva come questa che il livello dei casi diminuisca di qualità finendo per diventare quasi marginali, ma anche in questa circostanza questa stagione si sta dimostrando un’eccezione. Intanto l’episodio finisce senza che il caso venga risolto, aprendo la strada ad una trama che, lo sappiamo già, ci accompagnerà fino alla fine della stagione, ma l’indagine in sé lascia più interrogativi aperti che certezze. Brennan scopre presto che i resti di altre vittime ricollegabili a questo nuovo raccapricciante serial killer erano state riposte nel Limbo del Jeffersonian, nel periodo in cui lei e Booth avevano lasciato i rispettivi incarichi alla fine della scorsa stagione e questo le provoca un certo disagio. Nonostante, con la sua solita mancanza di filtri, attribuisca ad Arastoo parte della responsabilità della situazione per non esser riuscito a collegare i casi, si capisce molto bene che il discorso che gli fa è quasi più rivolto a se stessa che al suo giovane collega e la conferma ci viene quando la donna si sfoga con Booth a questo proposito. Se fossero rimasti ai loro posti, probabilmente la vittima che hanno di fronte a loro non sarebbe morta, perché avrebbero già arrestato l’assassino e questa è una cosa che Brennan difficilmente riuscirà a perdonarsi. Molto interessante, tra le altre cose, il modo in cui Brennan paragona se stessa all’assassino, per la loro capacità di andare oltre e vedere nei resti che hanno di fronte qualcosa di più di un mero mucchio di ossa: l’assassino ovviamente con l’intento di fare del male, Brennan con quello decisamente più nobile di dare pace alla vittima.

Il killer poi è particolarmente interessante (e raccapricciante): un uomo che agisce nell’ombra, un manipolatore, una persona la cui rabbia repressa ed il cui istinto omicida sono difficili da controllare. Il modo in cui vive con i corpi delle proprie vittime per almeno 6 mesi, facendo dei loro resti delle vere e proprie marionette da usare a proprio piacimento è piuttosto ripugnante e il desiderio di controllo che ha nei confronti del suo prossimo non si traduce solo nel modo in cui tira (letteralmente) i fili delle sue vittime, ma anche in quello in cui manipola uno degli iniziali sospettati, Gibbons, che poi si rivela essere anche colui che gli ha procurato l’ultima vittima. Il controllo deve essere un aspetto importante per questo nuovo serial killer, come testimoniano le telecamere con cui spia l’ingresso di Booth e Brennan nella casa del suo complice. Una personalità contorta insomma, un uomo pericoloso che sicuramente Booth e Brennan avranno qualche problema a fermare. Tra l’altro, grazie a questo folle personaggio, rivediamo Booth in laboratorio dopo moltissimo tempo e lo vediamo interagire direttamente con i resti di una vittima come non lo avevamo mai visto fare in 11 anni di serie, altre scena ben girata e veramente spettacolare.

In questo episodio persino il modo in cui la vita privata (il B-plot) di Booth e Brennan e l’indagine si intersecano risultava particolarmente accattivante: la scena finale in cui Christine decide finalmente di affrontare i suoi incubi riesce nell’intento di lasciare lo spettatore incollato alla poltrona. Fino al momento in cui la piccola sbuca fuori sommersa dai suoi pupazzi in molti devono aver temuto che potesse essere stata davvero vittima di rapimento da parte del killer e così deve aver pensato Booth, complimenti tra l’altro a David Boreanaz per aver reso così bene in quella scena lo stato d’animo del personaggio. Mentre infatti Brennan si rilassa quasi subito dopo che abbraccia la figlia e la sua paura scompare, dall’espressione di Booth si capisce immediatamente che qualcosa continua a preoccuparlo profondamente.
Piccola nota a margine: gli autori ricordano che la coppia ha anche un altro figlio? Sicuramente non c’era tempo per inserirlo nell’episodio, ma almeno, ogni tanto, potrebbero farlo nominare dai genitori!

Infine il caso Cam/Arastoo: forse questo è l’unico aspetto poco curato dell’episodio, sebbene sia piuttosto evidente che i sentimenti di Cam per l’uomo non sono mai scomparsi, il modo in cui il tutto succede mi è sembrato forse troppo sbrigativo. Non si capisce se il povero Sebastian comparirà mai più o se ormai è considerato un capitolo chiuso, né è molto chiaro il motivo per cui Cam non sia stata sincera con Arastoo rivelandogli i propri sentimenti invece di lasciarlo andare. Stando così le cose sembra quasi che lei possa amarlo solo se lui è a sua disposizione, a Washington, mentre se lui dovesse fare scelte di carriera che lo dovessero far allontanare, allora il loro rapporto cambierebbe. La situazione tra loro resta insomma piuttosto strana, pur comprendendo che dopo un episodio così non si può pretendere la perfezione, di carne al fuoco, dopotutto, ce n’era davvero tanta e per la maggior parte è stata decisamente succosa!