Serie TV: Arrow ed il problema dei flashback

"Il problema è che nei flashback stiamo raccontando una storia della durata di cinque anni e, più avanti si va nel tempo, più l'Oliver del passato somiglia a quello del pilot, privando lo spettatore dell'elemento stesso che rendeva interessanti i flashback."

Se amate Arrow e lo seguite fin dalla sua prima stagione, non potete non sapere che, ormai da un paio di stagioni, la serie sta subendo molte critiche a causa dell’uso dei flashback, divenuti ormai un problema così grande, a livello narrativo, che non si può semplicemente ignorarlo. Fan, critici, appassionati e detrattori della serie sembrano infatti essere unitamente d’accordo sul fatto che questo espediente – in particolare nella quarta stagione – sembri avere l’unico ruolo di sottrarre minuti importanti alla narrazione che davvero conta nei 45 minuti di episodio.

A partire dall’anno scorso con la narrazione di quanto accaduto a Hong Kong, ancora salvabile, grazie soprattutto alla presenza degli attori che affiancavano il protagonista Oliver Queen (Stephen Amell) nelle sue avventure, quest’anno  i flashback sono diventati decisamente intollerabili, con una trama poco avvincente che dovrebbe avere il compito di spiegare l’origine dei poteri soprannaturali di Damien Darhk ed un insignificante personaggio, quello di Taiana Venediktov (Elysia Rotaru), a cui ormai in troppi faticano a trovare un senso. In occasione del Writers Guild Festival, tenutosi domenica scorsa, sembra che finalmente gli autori abbiano riconosciuto di essere a conoscenza del problema e dell’insoddisfazione generale del pubblico e abbiano parlato della questione con la stampa presente in sala.

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Parte del fascino dei flashback, certamente nei primi due anni, ma – credo – anche nel terzo, è vedere quanto l’Oliver Queen del passato fosse diverso dall’Oliver Queen di cinque anni dopo,” ha spiegato il produttore esecutivo Marc Guggenheim. “Il problema è che nei flashback stiamo raccontando una storia della durata di cinque anni su Oliver che diventa il ragazzo che incontriamo poi nel pilot, quindi più avanti si va nel tempo, più quell’Oliver assomiglia al ragazzo del pilot, privando lo spettatore dell’elemento stesso che rendeva interessanti i flashback e cioè la differenza che c’era tra i due… E questo è un problema con cui combattiamo da un po’.
Inoltre,” ha aggiunto Wendy Mericle. “Oltre a dover mostrare questa differenza, i flashback devono anche essere connessi emotivamente e tematicamente ai fatti del presente, cosa che non sempre è possibile fare. E quando non sussiste questa connessione, quello è il momento in cui i flashback diventano più noiosi per il pubblico.

E’ ovviamente inevitabile che gli autori cerchino di difendere questa scelta creativa, ma non mi trovo particolarmente d’accordo con quanto dichiarato da Guggenheim e dalla Mericle. Personalmente, per i primi due anni e per parte del terzo, grazie anche al gruppo di attori che affiancava Amell nei flashback, quello che davvero, da spettatore, mi interessava, non era tanto scoprire le differenze tra l’Oliver del passato e quello del presente, quanto piuttosto capire che genere di esperienze avessero trasformato il viziato e ricco figlio di papà nell’uomo duro e senza scrupoli che ci viene presentato nel pilot. L’esperienza come evoluzione emotiva in sé. Alla soglia della terza stagione lo stratagemma narrativo sapeva però già di stantio, ormai conoscevo il meccanismo ed ero cosciente del fatto che ad azione terribile del passato sarebbe corrisposta inversa azione nel presente che mi avrebbe fornito una spiegazione alle scelte dell’Oliver tornato nell’allora Starling City. Ma fino a quando è possibile usare un simile stratagemma senza che diventi terribilmente noioso, quando poi non è nemmeno aiutato da una presenza attoriale forte come quella delle prime due/tre stagioni? Sarebbe forse ora di dire basta ai flashback e quali sono le intenzioni degli autori?

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La Mericle, in una successiva intervista con TVLine, ha detto di amare molto il lavoro di Amell nei flashback “perché ha fatto veramente suo quel personaggio. Non era il supereroe stoico, ma un personaggio multidimensionale grazie alle sue stesse imperfezioni. E anche se ormai nei flashback il personaggio di Oliver è evoluto tanto da assomigliare sempre di più all’uomo che ha deciso di salvare la sua città, il modo in cui questa storia dell’Oliver del presente viene raccontata è molto legata alla sua stessa storia d’origine e cercare di cambiare questo sistema adesso sembrerebbe troppo strano.

E su questo posso concordare, privarsi completamente dei flashback potrebbe essere una scelta eccessiva, ma non vedo ragione per cui non si potrebbe ridimensionarne la frequenza, evitando per esempio di proporre uno o due flashback per puntata. D’altronde buona parte della poco interessante storia raccontata nei in questa stagione avrebbe potuto essere facilmente condensata in un minore numero di episodi, per buona pace dei fan e par la salvezza della forma narrativa scelta per la serie. Ma c’è forse una speranza… Basta farsi un giro nei numerosi siti di Fan Fiction e spulciare tra quelle di Arrow per rendersi conto che uno dei momenti del misterioso passato di Oliver che desta maggiore curiosità nei fan è quello legato al suo rapporto con la Bratva, la mafia russa. Il fatto che nell’ultima puntata Taiana abbia quindi fatto un cenno alla sua terra natia lascia ben sperare circa la possibilità che, nella prossima stagione, vedremo Oliver proprio in Russia.
Non voglio anticipare troppe cose,” ha detto la Mericle. “Ma c’è la possibilità che finalmente scopriremo perché Oliver abbia quel tatuaggio della Bratva e perché parli russo.

E voi, siete disposti a sopportare un altro anno di flashback per vederlo?