Serie TV: Wendy Mericle spiega Arrow all’Accademy [Seconda parte]

La co-showrunner di Arrow parla del suo processo creativo e della sua scalata al successo a partire da un'infanzia senza televisione

Si dice che comprendere la natura e le intenzioni degli autori di uno show sia l’arma migliore per capire quale sia la direzione che lo show stesso prenderà nel corso del tempo, in questa seconda parte dell’intervista alla co-showrunner di Arrow, Wendy Mericle entra ancora più in profondità nei segreti dello show nelle sfide che si affrontano, giornalmente, quando si scrive una serie di successo, quale sia il rapporto che Arrow ha con i suoi “cugini” The FlashLegends of Tomorrow oltre a parlare un po’ di se stessa e della sua carriera.

Con The Flash già alla sua seconda stagione e l’arrivo di Legends of Tomorrow, come farete a distinguere il tono di Arrow dagli altri due show? The Flash è più fantascientifico, mentre Arrow è più simile ad un pulp anni 50 o un noir con qualche accenno di misticismo?
Arrow ha dato vita a tutto e noi stiamo cercando di mantenere il tono dello show e tutti gli elementi che lo hanno reso diverso dagli altri due. Detto ciò l’introduzione di Flash ha davvero cambiato il corso di Arrow da come originariamente era stato concepito da Greg Berlanti, Marc Guggenheim e Andrew Kreisberg. Era radicato nell’idea che non avremmo visto super poteri nello show ed era ispirato alla trilogia di Batman di Christopher Nolan e la natura audace e realistica di quei film. Poi è arrivato Flash e, improvvisamente, sono arrivati gli episodi crossover a Central City, che si svolgono in un universo in cui esistono i metaumani e a quel punto abbiamo dovuto muoverci con i piedi di piombo ed essere molto prudenti nell’introdurre quel genere di personaggi nel nostro universo. La gente può non notarlo, ma quanto introduciamo i metaumani nello show, cerchiamo di usare quelli che sono più realistici e sono più adatti all’universo di Arrow, rispetto a quelli che invece vediamo in The Flash. Noi scriviamo di un mondo diverso e cerchiamo di rispettare questo aspetto il più possibile.

Qual è la sfida più grande nello scrivere uno show come Arrow?
Questo show è stato una vera sfida per lo staff, perché ha un po’ di tutto. E’ una di quelle serie difficili da incasellare perché scriviamo storie drammatiche e umoristiche, quindi è d’aiuto sapere come scrivere una battuta divertente. Ogni settimana abbiamo parecchia azione e degli aspetti procedurali, direi che anche solo scrivere questo genere di show e queste storie ti rende uno scrittore migliore, perché devi sapere far tutto, non ti è permesso diventare bravo solo in un campo. Non puoi affidarti su un solo punto di forza quando scrivi questo show, devi avere diverse abilità. Tutto lo staff di autori è in grado di fare tutte queste cose e inserirle in un episodio. Come autore è una cosa eccitante. Hai l’opportunità di imparare cose nuove, di metterti in gioco, di affrontare sfide che in uno show più lineare non affronteresti.

Parliamo del tuo processo di scrittura: cosa rende un copione una cosa alla “Wendy Mericle”?
Le storie che mi piace scrivere sono quelle che hanno una forte componente emotiva, una delle cose che volevo maggiormente fare, quando sono arrivata nello show come Produttore Esecutivo era assicurarmi che ci fossero trame molto coinvolgenti e volevo che in quelle occasioni si riuscisse a bilanciare l’aspetto emotivo con quello dell’azione. Questa è una caratteristica che sento di aver portato nello show e che cerco di fare mia come autrice. Sono anche le scene che mi piace di più scrivere: quelle tra Oliver e Felicity, quelle tra Oliver e Diggle, in particolare perché loro sono nello show sin dall’inizio e hanno visto passare molta acqua sotto i ponti. Mi piace davvero scrivere di loro.

C’è un consiglio che vorresti dare a chi volesse intraprendere questa carriera?
Dal mio punto di vista, essendo stata a Los Angeles ed avendo lavorato come assistente ed essendo arrivata al ruolo che ho adesso, il migliore consiglio è di non arrendersi mai. Sembra una cosa detta e ridetta, ma è davvero una maratona, non uno sprint. Quando cominci come assistente e sei in un gruppo di persone che cerca di raggiungere lo stesso obiettivo, alcuni avranno successo più rapidamente e prima di te, mentre per altri ci vorrà di più. Alcuni fanno dei miglioramenti graduali. E’ pericoloso paragonarsi agli altri, ma è inevitabile, perché sei in continua competizione e, come gli altri, vuoi quel posto di lavoro e vuoi scalare la scala del successo per diventare un produttore esecutivo o avere un tuo show. E’ importante ricordarsi di tenere sempre d’occhio l’obiettivo e non arrendersi. Devi trovare il tuo stile [come scrittore] e circondarti del giusto staff ed essere leale con le persone che comprendono cosa stai cercando di esprimere quando scrivi qualcosa.

Qual è stato lo show che ti ha fatto venire voglia di diventare un’autrice per la TV?
Ce ne sono due: West Wing e Northern ExposureNorthern Exposure è più vecchio di West Wing, ma io sono cresciuta senza televisione, quindi non l’ho visto fino a che non era ormai finito, adoravo quello show. E West Wing è il secondo che mi ha colpito a tutti i livelli, ho sempre pensato che fosse una serie fantastica.

Senza TV? Probabilmente questa è la cosa più strana detta da uno showrunner. Ed è una cosa che ha delle ripercussioni nella “stanza degli autori”, considerato soprattutto quanto la cultura pop sia importante per scrivere uno show?
I miei genitori hanno levato la TV da casa quando avevo 5 anni, mi hanno detto che dovevo leggere e giocare all’aperto. E sì, è stata sicuramente uno sfida, lo è tutt’oggi, viene fuori quando qualcuno fa qualche riferimento che io non capisco. Il mio co-showrunner, Marc, che segue la TV sin dagli anni ’80, conosce perfettamente ogni show, li cita, conosce le sigle ed ha un cervello che sembra un’enciclopedia su Casa Keaton. Per me è diverso, ma ho una grossa base di letteratura e conosco il cinema e questa cosa mi è stata molto utile. Altre volte cerco di riguardare almeno un episodio delle cose che mi sono persa per raccapezzarmi un po’.

C’è un personaggio in Arrow di cui ti piace scrivere in maniera particolare?
Mi piace scrivere per tutti, ma probabilmente il mio preferito è Diggle. Lui è la bussola morale dello show e spesso affronta questioni filosofiche e morali più di quanto non faccia Oliver. Mi piace che sia un uomo di carattere con opinioni forti, molte delle quali mi trovo ad appoggiare. Poi è stato un militare ed ha una visione del mondo molto interessante e che io trovo intrigante. Mi piace scrivere di queste cose.

Qual è il tuo episodio preferito fino ad ora?
Ho un momento che amo molto nei flashback di “Seeing Red”, che è anche uno dei miei episodi preferiti e che, sfortunatamente, è anche quello in cui Moira Queen [la madre di Oliver] viene uccisa. C’è una bellissima storia secondaria in quell’episodio, in cui Oliver pensa di aver messo incinta una ragazza e, senza che lui lo sappia, la madre paga la ragazza per andarsene. La ragazza lo chiama e gli mente, dicendogli di aver perso il bambino, anche se non è vero, perché in realtà è stata Moira a pagarla per lasciare la città e mentire a Oliver. Stephen Amell è stato bravissimo in quella circostanza, uno delle scene più belle che abbia visto in TV, forte e commovente. Quando sente che il bambino è morto, si mette quasi a piangere, ha dato vita ad una performance davvero bella e calibrata, molto di impatto, e l’ho sempre amata.

Infine, c’è quale anticipazione che vuoi condividere con noi?
Stiamo portando Oliver in una dimensione molto oscura, anche se la stagione è iniziata in maniera leggera. La sua lotta contro Damien Dhark lo porterà ad affrontare una delle sfida moralmente più difficili che abbia dovuto affrontare in queste stagioni. Come abbiamo visto nella premiere, dovremo dire addio ad un personaggio molto importante nello show, sarà un filare strappalacrime.