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11 Dec

The Walking Dead: recensione episodio finale della quarta stagione

Beatrice Belli
2 aprile 2014
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[Consistenti SPOILER per l’episodio 4×16 “A”]

Vi ricordate quando tutto quello che Hershel voleva era piantare semi di soia nel cortile della prigione e cominciare a trasformare un posto molto triste in un luogo dove la gente avrebbe voluto fermarsi e forse un giorno prosperare?
E ricordate come questo portò Rick a diventare un agricoltore per circa due settimane, prima di dover sacrificare i suoi maiali per far allontanare gli zombie dal recinto e quanto è stato straziante vedere un uomo distruggere volontariamente qualcosa per cui aveva lavorato così duramente?
Vi ricordate che alla fine non è che sia contato poi molto dato che i maiali -molto probabilmente- erano stati la causa del focolaio di influenza esploso nella prigione, che aveva trasformato il presunto rifugio dei sopravvissuti in un incubatore per gli zombie  poco prima che il Governatore si presentasse e rovinasse quella che si stava trasformando in una festicciola comunque piuttosto cupa?

Beh, se ve ne siete dimenticati, il finale della quarta stagione di The Walking Dead (intitolato “A”) sarà felice di ricordarvelo, o almeno di darvi una nuova prospettiva sulla situazione, in modo da spiegare un po’ meglio il concetto di “santuario” tra la prigione prima e Terminus adesso (che, a quanto pare, è un rifugio sicuro più o meno quanto i nuovi compagni di Darryl sono venditori di Bibbie).
Ad ogni modo, Terminus, come molti avevano sospettato, è pieno di cannibali amanti della carne armati fino ai denti. Sì, esatto, quelle personcine che sembravano tanto a modo -se le cataste di ossa umane sono di una qualche indicazione- stanno riempiendo gli stomaci e le menti dei nuovi arrivati con l’idea di carne fresca abbondante, prima di trasformarli nel piatto speciale del giorno successivo.

Essendo questo il quarto anno del pubblico con The Walking Dead, l’idea che un gruppo di persone apparentemente caritatevoli si sia rivelato in realtà un gruppo di sadici mangiatori di uomini probabilmente non ha scioccato più di tanto gli appassionati della serie, ormai abituati a ben altro.
Lo stesso si può probabilmente dire di questo episodio nel suo complesso.
Con questo non voglio dire che l’episodio sia stato un disastro nel vero senso della parola, è solo che servire persone nel menu quando queste già erano nel menu (dato che quello è un po’ il concetto dell’intera serie), alla fine della quarta stagione non fa più davvero molto effetto.

Tuttavia contribuisce a rendere il tema della puntata più risonante di quanto non siano stati gli altri finali di stagione in passato.

A questo particolare punto dell’apocalisse zombie di The Walking Dead, l’immoralità è un’infezione tanto contagiosa quanto il virus (o qualunque cosa sia) che rianima i cadaveri: ognuno si porta dietro la stessa integrità malata e sta trasformando persone vive e apparentemente sane, in mostri che pianificano, complottano e ottengono ciò che vogliono con l’inganno, piuttosto che vagare in giro senza meta fino a quando alcuni sfortunati individui con battiti cardiaci non risvegliano inavvertitamente l’innato bisogno di alimentare un cervello in putrefazione.

Di volta in volta, Gimple ritorna al concetto che il risultato della situazione in cui si trovano al momento tutti questi personaggi, vivi o morti che siano, è in qualche modo un mostro, o qualcosa di incredibilmente simile.

Flashback di Rick a quando Hershel gli stava insegnando a fare il contadino non sono che un ricordo di ciò che è stato perso da quando la serie è cominciata, e come le circostanze del mondo -per Rick come per gli altri sopravvissuti in questo momento- dettino il modo in cui le persone scelgono di vivere e di sopravvivere. Il fidanzato di Michonne e il suo amico sono responsabili delle proprie morti e della morte del bambino di lei, al punto di farla arrivare a tanto così dal diventare uno dei tanti mostri che affliggono il mondo.

Il branco temporaneo di Pack è solo un gruppo di ladri e assassini, ma avevano un codice, avevano trovato un modo di far quadrare le cose in un modo che sembrava funzionare per loro. A parte l’uccisione arbitraria e le cose da incubo che sono stati tenuti ad infliggere a Carl e Michonne, Joe e la sua banda di aspiranti motociclisti erano essenzialmente proprio come ogni altro gruppo in The Walking Dead: persone che cercavano di farcela in un mondo sottosopra. E come la serie ha spesso cercato di dimostrare, il modo più semplice per farcela è diventare il mostro che tutti temono. Forse non sorprende, ma “A” sottolinea anche che, a volte, l’ unico modo per sopravvivere è diventare esattamente la stessa cosa.

Se questo è il messaggio, la serie ha bisogno di lavorare molto per superarare questo passaggio narrativo se vuole preservare la sua longevità. Si tratta, dopotutto, di una prospettiva leggermente diversa sullo stesso vecchio tema che diventa letteralmente la scritta sul muro all’interno di Terminus: “Mai più. Mai fidarsi. Noi prima, sempre”. Questa è una visione terribilmente semplificata del mondo, di cui la serie ci ha mostrato veramente poco, ma funziona soprattutto perché racchiude tutte i principali archi tematici del telefilm in una frase concisa che descrive qualsiasi storia The Walking Dead potrebbe raccontare, che Scott Gimple sia al timone o meno.

Eppure bisogna dare credito a Gimple per essere lo showrunner che capisce che l’unica vera opzione che la serie ha è quello di far ribollire storie con gli stessi ingredienti di base e poi riproporli fin a quando non stufano. E’ l’opposto del puntare alla complessità narrativa, ma quel tipo di espansione concettuale non sembra proprio nelle corde di questo show. C’è persino un momento meta verso la fine di questo Season Finale dove il rapitore del gruppo, Gareth, riduce ogni personaggio ad una sola categoria, affibbiandogli un semplice identificatore come “capobanda”, “arciere” e “samurai”, in modo da privarli dalla loro umanità, ma al tempo stesso dimostra quanto sia facile per i personaggi e le situazioni della serie essere ridotti a semplici componenti semplici, e quanto migliore sia la storia quando si fa semplicemente questo.

C’è una meravigliosa semplicità nel vedere Rick, Daryl, Michonne, e Carl che corrono attraverso Terminus dopo che Rick ha visto l’orologio da tasca che Hershel aveva dato a Glenn non molto tempo fa. L’inequivocabilità dei cannibali che ammassano cibo verso la carrozza del treno lascia lo show con una chiara dichiarazione di intenti che a volte si perde quando gli episodi cercano di far sentire a certi individu il peso delle loro decisioni, piuttosto che effettivamente agire su di essi.

Alla fine, i sopravvissuti sono decisamente nei pasticci, ma sentire Rick dire al suo gruppo che i loro rapitori stanno “scherzando con le persone sbagliate”, ti dà proprio l’idea di quel tipo di azione di cui la serie ha bisogno dai suoi personaggi principali.

Per quanto riguarda il cliffhanger in cui “A” lascia la stagione, è relativamente semplice ma produce un’efficace sensazione di eccitazione e anticipazione che la serie non trasmetteva sin dal finale della seconda stagione… non trovate anche voi?

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