Blocco stipendi pubblici: proteste bipartisan

Il blocco degli stipendi pubblici fa discutere anche all’interno dello stesso governo Renzi

Il blocco degli stipendi pubblici è uno di quegli argomenti che rischiano di incendiare l’autunno che verrà. Più che di un blocco vero e proprio però, si dovrebbe discutere di un prolungamento di un blocco già esistente da qualche anno. Sì perché gli stipendi dei dipendenti pubblici, si parla di 3,3 milioni di persone, è fermo dal “lontano” 2010. Da più di quattro anni in sostanza lo stipendio dei lavoratori pubblici non vede scatti salariali aggiornati all’inflazione corrente. Come dire il loro potere d’acquisto e la capacità di spesa sono fermi da quattro anni e più. La vera questione dunque, alla quale dovrà rispondere il governo Renzi è: per quanti altri anni ancora verrà prolungato il blocco degli stipendi pubblici. Eliminata ogni ipotesi di sblocco, l’esigenza sollevata da più parti è di accorciare al minimo gli anni di sacrificio a cui sono sottoposti i lavoratori pubblici. Una cosa è certa però, almeno per il 2015 il blocco rimarrà eccome. «Parlare di rinnovi o di sblocco delle retribuzioni in una fase come quella che stiamo attraversando – afferma una fonte vicino al governo – è fuori luogo. Il quadro si è deteriorato negli ultimi mesi: il Paese è piombato in recessione e deflazione».

Nulla di nuovo sotto al sole, anzi: nulla di buono. Il malumore su un prolungamento del blocco degli stipendi pubblici proviene da diverse parti. A protestare contro l’intenzione di far cassa sui dipendenti pubblici ci ha pensato in questi giorni la Cgil  «Si tratterebbe di un ennesimo intervento punitivo nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori del pubblico impiego» ha dichiarato il segretario confederale Gianna Fracassi. I malumori però sul blocco degli stipendi pubblici emergono anche internamente al PD «Se si tratta soltanto di invenzioni di mezza estate – ha affermato il presidente della commissione Lavoro della Camera Cesare Damiano – ci vuole poco per chiarire la situazione».

 

 

[foto: ilmessaggero]