Jobs Act e privacy: pc e cellulari controllati, ecco cosa cambia

Il Jobs Act interviene sulla privacy del lavoratore: da oggi le aziende potranno controllarne l'operato attraverso gli strumenti tecnologici

Continua a far discutere il Jobs Act, la riforma del lavoro del governo Renzi che sta incontrando l’opposizione di più parti sociali e che vede nella normativa relativa alla privacy uno dei punti più controversi e osteggiati. Il Jobs Act, infatti, prevede il controllo dei lavoratori da parte del datore di lavoro attraverso le attrezzature elettroniche utilizzate, ovvero smartphone, tablet e computer.

Perché ciò possa avvenire non sarà più necessario né il permesso dei sindacati, né l’autorizzazione del Ministero del Lavoro: basterà che a essere d’accordo sia il dipendente; in questo modo però – come fanno notare in molti – si crea un’inammissibile differenziazione tra questi ultimi, per cui il datore di lavoro può preferire assumere chi dà il suo consenso a questa forma di sorveglianza “tecnologica”. Il lavoratore verrà controllato a distanza in maniera assidua e secondo alcuni invadente: una pratica che fino a oggi la legge vietava, assicurando invece il diritto del lavoratore a godere della propria privacy anche sul posto di lavoro.

Il decreto attuativo approvato lo scorso 11 giugno 2015 prevede invece la modifica dell’articolo 4 dello Statuto dei Lavoratori, un testo datato 1970 e che vieta molto chiaramente “l’uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori”. Di fatto, però, il datore di lavoro è ancora obbligato a rispettare la privacy del suo dipendente, che non può essere video-sorvegliato (in questo caso valgono ancora le vecchie norme che vietano espressamente l’uso di questa forma di controllo). Il controllo di tipo “tecnologico” avviene invece in remoto: attraverso computer, tablet e smartphone a essere tenuta sotto osservazione sarà l’operatività del dipendente, nonché la sua produttività, che verrà stimata sulla base degli accessi, dei compiti specifici portati a termine e di statistiche interne.

Secondo Stefano Mele, avvocato specializzato nel campo del diritto alla privacy e nell’utilizzo delle moderne tecnologie, “per i lavoratori cambia relativamente poco, perché come regola generica viene mantenuto tutto il codice della privacy, e comunque in nessun caso si può violare la privacy del lavoratore. Al di là di questo, già oggi esistono forme di controllo dell’operato e della fedeltà dei dipendenti. Un esempio è quello dei cellulari aziendali: in alcuni casi i dipendenti sono autorizzati a usarli per telefonate private, in altri invece, no e devono essere stati informati del fatto che devono prima inserire un codice che addebiti a loro il costo di una chiamata privata, a meno di incappare in sanzioni”.

Tutto come prima, insomma? Non esattamente. Se infatti i lavoratori continuano a guardare con sospetto queste novità, a uscirne piuttosto malconci sono i sindacati, che vedono ridimensionato il loro potere e i diritti inerenti la privacy dei lavoratori; da oggi in poi, infatti, il permesso per procedere con il controllo a distanza dell’operato del lavoratore dovrà darlo il lavoratore stesso, non più il sindacato né il Ministero. A venire meno, dunque, è l’obbligo per l’azienda di chiedere l’autorizzazione ministeriale o il via libera dei sindacati. A decidere sarà il singolo lavoratore, il quale tuttavia dovrà essere messo a conoscenza del fatto che i dati racconti potrebbero anche essere usati contro di lui.

[Foto: urbanpost.it]