Riforma pensioni Governo Renzi: scattano i tagli, cosa cambia dal prossimo anno

Il governo Renzi ha varato una nuova riforma delle pensioni: previsti nuovi coefficienti che si tradurranno in nuovi tagli e pensioni più magre

La notizia è di quelle destinate a far discutere e infuriare, anche perché colpisce una fascia sociale – quella dei pensionati – già duramente colpita dalla crisi e dalle passate riforme. Per il prossimo anno, tuttavia, il governo Renzi ha annunciato nuovi tagli alle pensioni degli italiani, che diventano così sempre più magre, con conseguenze prevedibili sull’andamento dei consumi.

Quello che dovrebbe essere l’ultimo taglio scatterà in corrispondenza dei nuovi coefficienti di rendita del capitale raggiunto versando i contributi maturati nel corso degli anni lavorativi. Ai moltiplicatori spetta il compito di determinare quale sia l’importo esatto della pensione maturata secondo il metodo contributivo: i nuovi coefficienti, però, riducono l’importo in base all’età in cui il contribuente è andato in pensione; tale riduzione oscilla tra l’1,35 e il 2,50%.

Percentuali abbastanza contenute, che però molte volte fanno la differenza. Cosa fare dunque per evitare di vedersi decurtare questi soldi? Semplice (si fa per dire): per ottenere una pensione più consistente, occorrerà lavorare qualche anno in più, rinunciando ad andare in pensione non appena la legge consente di poterlo fare. I nuovi coefficienti previsti dalla riforma delle pensioni del governo Renzi entreranno ufficialmente in vigore a partire dall’1 gennaio 2016, quando verranno usati per calcolare l’ammontare degli assegni pensionistici secondo il criterio contributivo che dal 2012 viene applicato a tutti i lavoratori.

La motivazione addotta a giustifica della revisione dei coefficienti è che la vita media dei cittadini si è allungata, e con essa aumentano gli anni in cui si può godere della propria pensione. Per questo motivo, chi abbandona prima il lavoro (sempre, va ricordato, nei termini consentiti dalla legge) dall’anno prossimo guadagnerà meno di chi invece deciderà di restare in servizio qualche anno in più.

La revisione scatta in automatico ogni tre anni, mentre dal 2019 scatterà ogni due anni. In venti anni – ovvero rispetto al 1995 e ai valori fissati dall’allora Riforma Dini – i coefficienti sono scesi più del 12%. Una percentuale importante, soprattutto perché si traduce in sempre meno soldi a disposizione dei pensionati, che così si trovano nella condizione di dover necessariamente ridurre i consumi rispetto a un paio di decenni fa. In altre parole, con la riforma Dini a 65 anni si otteneva la stessa pensione che oggi invece si otterrebbe solo restando al lavoro fino a 69 anni, dunque quattro anni in più.