Riforma pensioni, novità: cosa cambia dopo il no della Consulta?

Il no della Corte Costituzionale ha provocato le ire della Lega Nord. Si allontana l’ipotesi di una revisione della legge Fornero?

No Consulta, no referendum. E Salvini manda un vaffa a tutti. La Consulta ha dichiarato inammissibile il referendum abrogativo che riguarda nello specifico l’abrogazione dell’articolo 24 del decreto Salva Italia (Dl 201/2011). Rimane in auge quindi la legge Fornero, con buona pace della Lega Nord e del suo segretario, Matteo Salvini, che ieri su Radio Padania ha letteralmente mandato a quel paese il fu, a suo dire, bel Paese: “Questa Italia mi fa schifo e mi batterò per ribaltarla. Oggi muore la democrazia. È una vergogna. Vaffa….lo senta tutta l’Italia. Non finisce qui”.

E ora si allontana l’ipotesi di una revisione della legge Fornero? Da più parti – sindacati, politica e lavoratori – negli ultimi mesi si sono levate dichiarazioni sulla necessità di cambiare l’attuale legge Fornero per garantire una maggiore flessibilità al sistema, al fine di favorire l’uscita dei lavoratori e l’ingresso dei più giovani nel mondo del lavoro.

Un primo sguardo suggerisce che qualsiasi ulteriore revisione dell’attuale legge sembra lontano, visto il tram tram parlamentare di questo inizio anno. In primis c’è la partita del Colle che terrà impegnata la politica fino ai primi di febbraio; poi sul tavolo di Governo Renzi e opposizioni ci sono le spinose riforme costituzionali, tanto volute e mai fatte e, dulcis in fondo, ci sono i decreti fiscali, i decreti del Jobs Act, il decreto Concorrenza, la Riforma della Buona Scuola. E chi più ne ha, più ne metta.

Una ripresa governativa su questo versante non arriverà quindi in questo inizio anno ma sicuramente nei prossimi mesi. Al momento sono diverse le ipotesi di revisione messe in campo sia da parlamentari del Pd, sia da quelli dell’opposizione. Cesare Damiano (Pd), presidente della Commissione Lavoro della Camera, sostiene da diverso tempo che sia giunto il momento di cambiare direzione: “Il Pd  ha presentato alcune proposte sulle quali il Governo dovrà confrontarsi. La prima è quella di “quota 100” e la seconda è la possibilità di andare in pensione a partire dai 62 anni con 35 di contributi con una penalizzazione massima dell’8 per cento” (vedi articolo).

Dall’opposizione c’è chi, come Maurizio Sacconi (Ncd-Udc), anche lui in Commissione Lavoro ma al Senato, osserva che “si tratta di agire contemporaneamente su una corretta e generalizzata possibilità di cumulare tutti i versamenti contributivi, su una più forte agevolazione dei versamenti volontari non solo del lavoratore ma anche del datore di lavoro per coprire periodi non lavorati o recuperare periodi di laurea, sulla opzione in favore di uscite anticipate necessariamente onerose”.
Sul campo restano ancora le richieste in favore di esodati, il cosiddetto opzione donna, i quota 96 del comparto scuola (vedi articolo), i macchinisti ferroviari.

Pensione anticipata in cambio di un assegno ridotto? Possibile anche che il Governo, stando a quanto affermato un paio di settimane fa dal consigliere economico del Premier, Yoram Gutgeld, consideri l’eventualità di “anticipare la pensione sia pure con un trattamento inferiore, a molti oggi potrebbe andar bene. Vogliamo renderlo possibile” (vedi articolo).

E per ora cosa accadrà? Al momento valgono le regole vigenti, quelle previste dalla Riforma Fornero, che fissano i requisiti anagrafici  e contributivi. Nel nuovo anno si potrà lasciare il lavoro non senza aver raggiunto i 66 anni e tre mesi d’età, sia gli uomini che le donne, 42 anni e sei mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e sei mesi per le donne. Le norme prevedono uno scatto ogni due anni. Per l’adeguamento dell’età bisognerà attendere il 2016 quando, per andare in pensione, si dovrà avere 66 anni e quattro mesi (uno scatto di un mese in più rispetto ad adesso). Dal 2019, invece, l’età pensionabile avrà uno scatto di tre mesi ogni due anni.

(Immagine: www.blitzquotidiano.it)