Riforma pensioni ultime notizie: statali, pensione a 62 anni

La riforma delle pensioni continua a far discutere. In Italia, del resto, nulla è più instabile che il diritto alla certezza sulla pensione

In questi giorni verrà approvato il decreto di modifica della legge Fornero sulle pensioni dei dipendenti pubblici.
Stretti tra esigenze di cassa, criteri di pareggio di bilancio a lungo termine, sottoposti alla lente d’ingrandimento dell’UE, nulla sembra più impellente al Governo che anticipare il diritto alla pensione dei dipendenti pubblici, quando ai privati si richiede sempre di più di posticiparne l’uscita dal mondo del lavoro.

Il Governo decide di anticipare l’età pensionabile e renderla obbligatoria per i suoi dipendenti con qualche eccezione.
Le motivazioni sono da ricercarsi in un ricambio generazionale ormai necessario per stare al passo con i tempi moderni ed in una (forse) ricerca di riduzione di personale con un saldo tra entrate ed uscite dei dipendenti a favore di queste ultime.

L’età pensionabile per gli statali passa a 62 anni, sia per gli uomini che per le donne. Questo comporta che molti di questi pensionati saranno da considerarsi come “baby pensionati” rispetto agli altri dipendenti privati.
Non mancano i malumori. La CGIL parla di una manovra “nata per fare cassa senza reali preoccupazioni sul domani e tale da mettere a repentaglio potenzialmente i fragili conti pubblici”.

Il costo della manovra (sempre che le stime sui potenziali aderenti siano veritiere) si aggira sui 100 milioni di euro circa. Dal Governo fanno sapere che questi 100 milioni sono destinati ad essere reperiti attraverso tagli alla spesa e non ad aumenti di imposte o balzelli vari. Secondo alcuni invece ad Ottobre 2014 vi sarà necessariamente una manovra correttiva dei conti.

Alcune categorie di dipendenti statali sono esentate dall’obbligo del pensionamento “anticipato” per vari motivi. Tra questi vi sono i magistrati, i professori universitari ed i medici che restano fermi a 65 anni d’età. Le ragioni sono probabilmente da ricercare nel fatto che le discipline che praticano richiedono molto spesso un’entrata nel mondo del lavoro molto tarda, dovuta al fatto che buona parte della vita viene spesa per studiare e prepararsi alla professione/attività prescelta.

Inoltre per queste attività lavorative è importante anche la trasmissione del sapere e delle esperienze professionali a chi li sostituirà, pertanto è plausibile e consigliabile che vadano in pensione più tardi.
Per alcuni insegnanti pubblici (si parla di 4 mila) è stata reintrodotta la “quota 96” ovvero la quota che occorre raggiungere sommando età anagrafica e contributiva per poter accedere alla pensione.

Insomma, in Italia si riconferma l’adagio che nulla è più instabile che una decisione duratura.
Per gli statali la pensione a 62 anni diventa pertanto il nuovo traguardo che molti non speravano neanche di raggiungere. Forse che si stiano cercando voti per un fantomatico ritorno alle urne? Per ora si sa solo che nella riforma delle pensioni gli statali andranno in pensione a 62 anni.