Il curioso caso di Benjamin Button, la recensione

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Nelle sale dal 13 febbraio la storia dell'uomo che vive al contrarioSbarcherà al cinema il prossimo 13 febbraio Il curioso caso di Benjamin Button, pellicola high budget con Brad Pitt e Cate Blanchett, diretta da David Fincher e pluricandidata agli Oscar.

"Sono nato in circostanze particolari": è così che inizia Il curioso caso di Benjamin Button, adattato da un racconto degli anni ’20 di F. Scott Fitzgerald su un uomo che nasce ottantenne e la cui età scorre al contrario, un uomo come tutti noi, incapace di fermare il tempo.

Da New Orleans alla fine della Prima Guerra mondiale nel 1918, fino al XXI secolo, in un percorso insolito come può essere la vita di ognuno, il film è il racconto di un uomo non così comune e delle persone e dei luoghi che scopre lungo il percorso, gli amori che trova e che perde, le gioie della vita e la tristezza della morte e quello che resta oltre il tempo.

La particolarità della pellicola è sicuramente la scelta del regista di narrare la storia in maniera abbastanza classica ma ricorrendo a dei tocchi d'autore che la rendono in qualche modo sospesa nel tempo: Fincher parte infatti dalla modernità, attraverso le memorie di un diario letto alla protagonista ormai anziana e in punto di morte. E arricchisce le parole con una fotografia che sposa i toni del seppia, proprio a voler sottolineare l'importanza del ricordo nella costruzione della propria realtà.

"Non sai mai cosa c'è in serbo per te" è una delle frasi che la madre adottiva ripete di continuo a Benjamin quasi a voler sottolineare che è necessario, in ogni momento, godere della vita senza esirationi e senza mai che ci sia qualcosa di impossibile da fare; inevitabile il paragone con Forrest Gump, cui Il curioso caso di Benjamin Button si rifà per quanto riguarda la struttura narrativa ma da cui si allontana proprio perchè lo scopo è raccontare come si comporterebbe un vecchio con la testa di un bambino e come potrebbe vivere un giovane con l'esperienza di un anziano.

Due le pecche del film: l'eccessiva lunghezza, che poteva essere evitata tagliando la parte centrale dedicata alla guerra, e i continui salti temporali con protagonista Cate Blanchett, poco funzionali alla narrazione e, a tratti, in grado di disturbare e distrarre.

Assolutamente strepitose le interpretazioni di Cate Blanchett, peraltro messa poco in luce nonostante il suo sia forse il ruolo chiave dell'intera pellicola, e di Brad Pitt, alla sua migliore interpretazione degli ultimi anni e forse di sempre.




Commenti

IL CURIOSO CASO DI BENJAMIN BUTTON, regia di David Fincher, 2009

L’idea di per sé non sembra neppure tanto originale: immaginare lo scorrere dell’esistenza a ritroso, seguendo il tic-tac di un orologio di moto retrogrado. Più complesso e intrigante vedere l’idea realizzata sia pure attraverso la finzione cinematografica.

Peccato soltanto che nella versione italiana (non ho ascoltato l’audio originale), Il curioso caso di Benjamin Button sia a tratti commentato dalla voce nasale e scarsamente comprensibile di Rita Savignone, nei panni di una moribonda che, tuttavia, per circa tre ore (l’intera durata del film) ha fiato per parlare in tono artefatto e fastidioso che costringe a indovinare più che a udire ciò che viene detto.

Per il resto, il racconto del 1922 di Francis Scott Fitzgerald, sostanzialmente modificato, aggiornato e portato sullo schermo da David Fincher, funziona abbastanza. Prescindendo naturalmente dagli Oscar ottenuti per la migliore scenografia, il miglior trucco, i migliori effetti speciali. Certo, il film non è esente da pecche, con sequenze che talora lo spettatore indovina prima ancora di trovarsele a fronte o col ritmo che lascia spesso la voglia di uscire un attimo dalla sala a prendere un caffè o fumare una sigaretta. Ma insomma, tutto procede imperterrito sino alla fine proprio come in un’esistenza ora triste e annoiata ora lieta e volta all’azione, e nell’ultima parte, accorciata nei tempi del ringiovanimento di Benjamin Button (Brad Pitt), il lavoro riguadagna nel ritmo e nel patos.

Sarebbe proprio tanto diverso dagli altri chi vivesse il proprio tempo alla rovescia? Sembra questa una delle domande poste dal film. Girato e visto al contrario, “il nastro” della vita non presenta sostanziali differenze: la stessa fragilità e debolezza nel nascere e crescere come nell’invecchiare e morire. In fondo, nulla di nuovo sotto il sole: spesso abbiamo sentito ripetere che da vecchi si torna bambini e non ho difficoltà ad immaginare che questa massima di comune buon senso sia tragicamente vera. Non a questo, certo, si riduce il messaggio del film, che induce a più di una riflessione allorché, per esempio, all’amara presa di coscienza dello scacco dell’assoluto (“niente è per sempre”, ripetono i protagonisti), si tenta di contrapporre la serena consapevolezza che, per quanto si lotti e ci si aggrappi alla vita, alla fine si debba mollare. E ancora, nel rincorrere con la macchina da presa il destino che s’incrocia alla rovescia di Daisy Fuller (Cate Blanchett) e Benjamin Button, costretti vicendevolmente a scambiarsi di condizione e di ruolo: vecchio e bambina, anziano e adolescente, uomo maturo e giovinetta, adulto e signorina, infine quasi coetanei e ancora: giovanotto e giovane signora, ragazzo e signora, adolescente e donna matura, bambino e anziana, neonato e vecchia. In un’altalena che rende la giovinezza fugace e breve come un sogno e fa della vita una scacchiera di pezzi intercambiabili.

Perché questa continua “anatomia” di un uomo e di una donna, coetanei solo nel breve tratto della giovinezza e tuttavia in rapporto tra loro nell’arco dell’intera esistenza? Un’altra modalità per farci consapevoli di ciò che abbiamo sempre sospettato ma di cui stentiamo a prendere realmente coscienza. Un’altra, forse, delle molte verità del senso comune e che tuttavia diventa veramente nostra solo allorché riusciamo a farne carne e sangue. L’idea principe è che l’uomo, nato di donna, della donna abbia bisogno in ogni età della vita ed il messaggio non solo è scandito dall’orologio che volge e riavvolge la cronologia del rapporto, perché in pochi passi di danza di rara bellezza ed eleganza, una Daisy impeccabile e leggiadra ricapitola già per intero la lieta e breve novella ad un incredulo Benjamin.

Più in generale, il film sembra lanciare un ultimo messaggio condivisibile in sé e tuttavia ambiguo e pericoloso: la vita, pur tra sofferenze, illusioni e ingiustizie, è soltanto un gioco con durata limitata e regole che si possono modificare senza che l’essenza stessa del gioco ne risulti stravolta. Non prendiamola dunque molto sul serio la vita o almeno non più seriamente di un gioco che pure ci appassioni!
(Dal Blog: Lo zibaldone di Sergio Magaldi)

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