Manufacturing Dissent, tutti contro Moore

Scritto il alle 09:55 dalla redazione di DGMag

Lo scomodo documentarista Michael Moore è finito sotto accusa da parte di due documentaristi canadesi, Debbie Melnyk e Rick Caine, che hanno voluto dimostrare come sia facile strumentalizzare determinate situazioni portandole in una direzione opposta a quella verso la quale si indirizzavano naturalmente.

In Manifacturing dissent, presentato al Torino Film Festival, Melnyk e Caine partono dal primo lavoro di Michael Moore, Roger & Me, in cui il regista racconta la crisi della General Motors e denuncia l'impossibilità di avere un incontro con Roger B. Smith, ex ad dell'azienda automobilistica statunitense ritenuto responsabile del licenziamento di 30.000 lavoratori; in realtà secondo i due canadesi, quell'incontro ci fu ma in fase di montaggio venne eliminato dalla pellicola. Secondo i due inoltre in Roger& Me ci sarebbe anche una scena inventata, quella del furto di un furgone satellitare descritta come una vera e propria messinscena.

Debbie Melnyk e Rick Caine se la prendono anche con Fahrenheit 9/11, che valse al regista la Palma d'Oro a Cannes, in cui Moore approfondiva i legami segreti tra la famiglia di Bush e Bin Laden; secondo i due autori Michael Moore avrebbe estrapolato alcune frasi dei discorsi del presidente Usa forzandone il significato per convincere la gente a votare contro di lui.

Melnyk e Caine smontano anche la teoria, sostenuta dal regista Usa in Bowling for Columbine
, secondo la quale il Canada sarebbe un Paese sicuro perché è più difficile acquistare armi; "le prove dimostrano che almeno il 60% delle abitazioni canadesi vengono tenute ben serrate" a differenza di quanto sostiene Michael Moore che va di casa in casa mostrando come nessuno chiuda a chiave i propri appartamenti.

"Manufacturing Dissent", hanno sottolineato Melnyk e Caine, "è una dichiarazione di libertà di parola. Noi crediamo fortemente nella libertà di parola, nel porre domande all’autorità o dire la verità al potere: è di questo che parla il film. Ma seguendo Michael Moore in giro per oltre due anni, filmando lo Slacker Uprising Tour, il suo sforzo per spingere i giovani a votare e cercare così di sbarazzarsi di Bush, abbiamo immediatamente compreso che la libertà di parola, il porre domande all’autorità o il dire la verità al potere sono nell’occhio di chi osserva e ascolta".

C'è da dire che del marcio, se si potrebbe avvertire in Michael Moore, si potrebbe avvertire nello stesso modo anche nel documentario di Melnyk e Caine; insomma, il mondo non è tutto bianco o tutto nero ma esistono varie gradazioni di colore e di grigio. Che, se analizzate, raccontano una realtà troppo difficile da incasellare in uno schema o in un prototipo.





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