12 di Nikita Michalkov

Vincitore del Leone d’oro Speciale alla  64° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, arriva sugli schermi italiani 12 di Nikita Michalkov, remake del film di Sidney Lumet La parola ai giurati, insignito nel 1957 dell’Orso d’Oro al Festival di Berlino e di tre nominations all’Oscar.

12 personaggi: 12 verità. È il racconto di 12 giurati che devono stabilire la colpevolezza o meno di un giovane ceceno accusato di aver ucciso il proprio padre adottivo, un ufficiale dell’esercito russo; il film è una riflessione intensa sulla vita attuale, sulla necessità di prestare ascolto a chi ci vive accanto e ad aiutarlo prima che sia troppo tardi. L’azione del film si svolge all’interno di una stanza: una palestra adattata ad aula per deliberare.

L’intera azione del film si svolge all’interno dell’aula dove sono riuniti i giurati, chiamati a stabilire la colpevolezza di un giovane accusato dell’uccisione del proprio padre adottivo; tutte le argomentazioni che i giurati man mano sollevano sono generate non tanto dalla dimostrazione formale della colpevolezza o meno dell’imputato, quanto da quello che ognuno di loro ha maturato nel proprio animo.

Tutte le discussioni passano attraverso il cuore e l’anima di ciascuno di essi. Le persone coinvolte sono molto diverse tra loro: un semplice operaio della metropolitana, un amministratore delegato di una grossa joint-venture russo-giapponese, un gestore di un cimitero, un produttore di una piccola emittente televisiva, un tassista, un intrattenitore.

Nel nostro caso si tratta di una storia molto russa, nonostante il fatto che tra i giurati ci siano un vecchio ebreo e un chirurgo di origine georgiana; la proposta di uno dei giurati, l’unico all’inizio ad avere votato contro il capo d’accusa, semplicemente di parlare un po’, fa sì che ciascuno di loro si apra. Parlano di ciò che li inquieta individualmente, della preoccupante situazione in cui versa il paese stretto in un difficile momento di transizione. Sollevano argomenti di cui di solito  né la televisione si occupa né i giornali trattano, ma che sono dibattuti in ogni casa e oggetto di animate discussioni ogniqualvolta ci si riunisce in un gruppo.

Sui torti e le ragioni per cui le cose nel Paese non vanno così come si vorrebbe che andassero. Su come l’uomo russo non riesca vivere in modo conforme alla legge perché questa è qualcosa che non gli appartiene e lo annoia, e di come, invece, in Russia siano il cuore e l’anima a essere predominanti rispetto alla legge.  Un cuore e un’anima di cui sono dotati ciascuno dei dodici giurati. Semplicemente in alcuni di loro questo aspetto ci mette più tempo ad affiorare a causa della spessa patina di risentimento che la storia individuale di alcuni dei protagonisti ha in loro depositato.

Il più acceso sostenitore della colpevolezza del ragazzo è un tipo rude, un tassista, animato da sentimenti nazionalistici, il quale è convinto della sua colpevolezza soltanto per il fatto che è un ceceno, un “troglodita” e dunque malvagio e assassino per definizione. La linea narrativa sfocia poi nella complessa storia dei rapporti tra il tassista e il proprio figlio, portato dal padre sull’orlo del suicidio.

Tanto discordano le loro opinioni, che talvolta si ha l’impressione che i giurati si siano scordati del motivo che li ha condotti lì, la necessità cioè di emettere un verdetto nei confronti del ragazzo ceceno. Lo stesso tassista è animato da un feroce odio verso tutti gli immigrati provenienti da altre città o regioni, solo per il fatto che sono diversi e che la sua Mosca non gli sembra più Mosca, tanto che il chirurgo georgiano, che non parla molto bene il russo, tenta di chiarire con lui chi questi consideri dei trogloditi: Pirosmani, Danelia, Paradzhanov, Shota Rustaveli, chi?

Anche l’operaio della metropolitana, solidale in un primo momento con il tassista nel considerare gli stranieri animali tout court, si mette di punto in bianco a raccontare di un suo zio, un idraulico, trovatosi in una difficile, tragicomica situazione, e che, a causa di una sfortunata perdita al casinò, stava per diventare un terrorista prendendo in ostaggio alcune persone e facendo richiesta di riavere la somma persa al gioco. Nonostante le premesse, la situazione si risolve senza spargimenti di sangue perché… L’operaio della metropolitana fa fatica ad esprimere i pensieri che gli si affollano in testa… insomma, perché “i buoni vanno aiutati, e i cattivi vanno eliminati”.

Persino il cinico attore-intrattenitore, che è in ritardo per la sua tournée e che all’inizio considera questa riunione come una fonte di ispirazione per i suoi prossimi spettacoli,  all’improvviso sfocia in un monologo, dai toni tragici, sull’unico sorriso che abbia mai guadagnato quando, bambino, al capezzale della nonna morente, aveva cercato di farla svagare. Si trattava, forse, dell’unico sorriso che si era davvero guadagnato in tutta la sua vita. Perché è nauseato dal pubblico in sala che, durante i suoi spettacoli, è pronto a ridere di tutto, dalle vittime dei terremoti ai poliziotti killer. Si ride soltanto perché si ha paura.

Tutto il film è costruito sul continuo alternarsi di aspetti faceti e profondamente tragici,  assomigliando in questo a un’opera sinfonica che da un certo momento in poi cattura con la sua melodia, uno ad uno, tutti gli spettatori. Una melodia che va a sfiorare  ciascuno di essi, trasportandoli nello spazio dello schermo e costringendoli e cercare, insieme ai dodici giurati, la propria, intima verità.

Il finale è un crescendo con un risvolto del tutto inaspettato di questa sinfonia psicologica. È un film che va visto perchè sebbene il sistema giuridico russo sia molto distante da quello universalmente accettato nel mondo democratico, molti dei problemi globali dell’umanità, presenti nel film, sono comuni a tutti.