Caramel, donne a Beirut

Nadine Labaki è regista e protagonista di Caramel con Yasmine Al Masri, Joanna Moukarzel, Gisèle Aouad, Adel Karam.

A Beirut, alcune donne lavorano in un istituto di bellezza.

Lì, in quel microcosmo colorato e pieno di sensualità, donne di diverse generazioni, parlano di loro stesse, si scambiano confidenze e si raccontano.

C’è Layale, che è innamorata di Rabih, un uomo sposato; Nisrine, una giovane musulmana che sta per sposarsi ed è angosciata da un terribile problema, la prima notte di nozze suo marito scoprirà che lei ha già perduto la verginità; Rima che non riesce ad accettare di essere attratta dalla donne e che scandisce la sua vita al ritmo delle visite di una splendida cliente dai lunghi capelli; Jamale, la cliente fedele, che è ossessionata dalla sua età e dal suo fisico, ed infine Rose, che ha sacrificato i suoi anni migliori e la sua felicità per occuparsi della sorella maggiore.

Al salone, tra colpi di spazzola e il profumo di caramello, si parla di sesso e di maternità, con la libertà e l’intimità propria delle donne.

Interessante la spiegazione relativa al titolo scelto dalla regista: "Caramel è la tipica ceretta per la depilazione che si usa in Medio Oriente, una miscela di zucchero, limone e acqua, che portata ad ebollizione si trasforma in caramello. Questa miscela si lascia poi raffreddare sul marmo. Si trasforma così in una pasta adesiva che rimuove i peli superflui. Ma il caramello, seppur squisito e dolce, può bruciare e farti male".

Un nome e una spiegazione che rievocano i problemi delle donne nella società mediorientale: "non volevo fare un lavoro sociologico e certamente non ho riassunto tutta la società libanese. Ho fatto questo film perché mi pongo sempre le domande sulle donne libanesi. Ossessionate dal loro aspetto, cercano la loro identità fra l’immagine delle donne occidentali e quella delle donne orientali… La donna libanese vive perennemente come se stesse rubando gli attimi di felicità. Deve usare tutti i generi di stratagemmi per poter fare ciò che desidera e quando ci riesce, si sente colpevole. Pensare che siano libere è un errore. Personalmente, anche se sono una donna emancipata che fa il lavoro che desidera, che fa ciò che vuole, nell’intimo sono ancora profondamente condizionata dalle tradizioni, dall’educazione e dalla religione. Le giovani libanesi crescono con la parola araba "aayib„ che, accompagnata da un gesto poco ortodosso vuol dire, “svergognata” e tutto può essere “vergognoso”. Siamo continuamente intimorite da fare qualcosa che non dovremmo fare e con l’idea fissa di doverci sacrificare per i nostri genitori, bambini, marito e famiglia. In ogni momento delle nostre vite, abbiamo un esempio da seguire che, naturalmente, non corrisponde a ciò che desideriamo per noi. La donna libanese, che sia musulmana o cristiana, vive una contraddizione fra che cosa è, che cosa desidera essere e cosa le è permesso essere".

Più chiaro di così…