Cloverfield, svelati i misteri

L’attesa è terminata: da venerdì 1 febbraio sarà nei cinema italiani, dopo aver stravolto gli Usa, Cloverfield, prodotto dal famosissimo J.J. Abrams (quello di Lost, per intenderci) e diretto da Matt Reeves.

Non senza rimandi alla costante tensione tutta americana post 11 settembre, Cloverfield racconta l’invasione di New York da parte di una creatura sconosciuta e mostruosa.

Alla vigilia della sua partenza per il Giappone Rob ha organizzato una festa di arrivederci, nel corso della quale intende rivelare ai suoi amici ciò che realmente pensa di loro per dare voce ai suoi sentimenti più intimi e per recidere legami irrisolti.

Il suo piano, però, va a monte per via di un evento totalmente imprevisto: nel corso della festa gli invitati ammutoliscono quando la televisione annuncia che è in corso un violento terremoto.

Tutti si precipitano sul tetto per valutare i danni del sisma ma una palla di fuoco esplode in lontananza e salta la corrente; la confusione si trasforma in panico e gli invitati si riversano caoticamente in strada.

Fra grida umane e boati disumani, Rob e i suoi amici si fanno largo in un paesaggio irriconoscibile, che è stato fagocitato da qualcosa di soprannaturale, di terrificante, di mostruoso…

Interessante l’idea alla base di Cloverfield che è poi il motivo per il quale negli Usa la pellicola ha letteralmente sbancato al botteghino: l’azione è infatti raccontata seguendo il punto di vista della telecamera digitale di un gruppo di amici che di quello che sta accadendo possono offrire una visione frammentaria e inquietante. La stessa visione soggettiva e intimistica che qualunque videoamatore, in una situazione di pericolo-disagio, potrebbe avvertire e riprendere con la proprio microcamera.

Un altro importante fattore di questa tecnica, che non fa altro che aggiungere terrore e tensione in molte scene, è l’idea che l’operatore non sempre riesca a riprendere i momenti fondamentali lasciando spazio più alle reazioni della gente che a quello che sta succedendo.

Settantaquattro minuti di pellicola in cui spesso si avverte la sensazione di claustrofobia generata dal non poter maneggiare la situazione, dal non poter far nulla per cambiare le carte in tavola se non documentando ciò che accade: esattamente come nella vita reale, quando l’individuo posto di fronte a qualcosa di troppo grande reagisce cercando di dare un senso agli eventi pur di trovare una via d’uscita.

Lo scopo, raggiunto in pieno, è cercare l’identificazione del pubblico con la storia raccontata e i continui rimandi al possibile sono la carta vincente che permette allo spettatore in sala di vivere davvero la situazione descritta nella pellicola, causando un senso di straniamento dovuto proprio all’immedesimazione.

Non a caso, a ben analizzare la struttura di Cloverfield, il suo continuo rimando ad elementi non visibili, a forze oscure, situazioni non direttamente verificabili, non può che far pensare all’ormai famosissimo Lost (creato dallo stesso produttore del film!) e che, se non si fosse al cinema, questo film potrebbe tranquillamente essere scambiato per il primo episodio di una nuova, e avvincente, serie televisiva.

E chissà che Abrams non abbia già pensato ad una nuova serie televisiva basata proprio su Cloverfield…