Colombe, falchi e polli

135 giorni all’apertura dei giochi olimpici Pechino 2008. Nell’antichità, occasione per tregue e confronti, amici e nemici fianco a fianco, in nome dell’unico valore che animava lo spettacolo: la competizione sportiva.

Tempi moderni, le cose cambiano; si parte con lo spirito decoubertiano de "l’importante è partecipare", si arriva alle interruzioni dei giochi per fare la guerra. Non più interrompere le guerre per i giochi. Ed ancora i giochi di Berlino 1936, spot e legittimazione internazionale del nazismo. Ed ancora pausa guerra, fino a Mosca e Los Angeles, le olimpiadi boicottate in nome dell’ideologia capitalistica prima, socialista poi.

Giorni nostri, olimpiadi di Pechino 2008. Stavolta legittimazione e spot dell’"impero" cinese. Quello che produce, che costruisce stadi e palazzi in poche settimane, che esporta i suoi prodotti invadendo i mercati, che ha chiesto e ottenuto le olimpiadi per stupire il mondo.

Il mondo è già stupito, incredulo, e le olimpiadi sono lontane quattro mesi e mezzo; bastano le immagini dell’esercito cinese che bracca i monaci buddisti tibetani, li percuote con canne di bambù, li arresta in massa, trasforma Lhasa in campo (di battaglia) nell’esigenza di rendere sicuri e memorabili i "loro" giochi.

Il mondo è incredulo nell’immaginare il Dalai Lama, leader spirituale e politico del Tibet, nobel 1989 per la pace (seppure data sospetta, in forte odore di antisocialismo reale), come colui che "tiene in ostaggio i giochi olimpici".

Non è comunque un problema. Il panzer-olimpiadi è avviato, è a pieno regime, e non sarà certo la pulce tibetana a intralciarlo. Gli stadi sono pronti, i contratti multimilionari con gli sponsor firmati da tempo.

Non si può tornare indietro, e l’idea di sottrarre i giochi alla Cina non è neanche in discussione. Con buona pace delle colombe, questa è la stagione dei rapaci. Dei falchi, che non vogliono rinunciare alla succulenta preda olimpica, e degli avvoltoi.

Avvoltoi che si dicono "preoccupati e dispiaciuti" per la situazione del Tibet, ma niente di più. Che criticano politiche e violenze commissionate dal governo cinese, ma che presenzieranno alla cerimonia d’apertura perchè "le olimpiadi non hanno a che fare con la politica". Che solidarizzano con il Dalai Lama, ma che strizzano l’occhio a Hu Jintao.

In questo mondo di avvoltoi e falchi, farebbe la sua figura un pollo.
Il pollo è colui che, sacrificando quattro anni di lavoro duro in vista di un traguardo a cui chiunque, fin da bambino, sogna di arrivare, convoca una conferenza stampa per dire "no, non ci sto. Io non gioco a queste condizioni, io boicotto i giochi e solidarizzo col popolo tibetano".

Perchè in un mondo in cui la regola è l’opportunismo e la difesa dell’interesse individuale ed economico, costi quel che costi, solo un pollo potrebbe immolarsi in un sacrificio del genere.

Nell’attesa (vana) di quel pollo, buone olimpiadi a tutti.