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20 May

Criticare le donne per la loro appartenenza di genere è reato

dgmag - 12 marzo 2010
12 marzo 2010
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E’ diffamazione criticare una donna solo per la sua appartenenza femminile stando alla Cassazione che ha confermato la condanna per diffamazione nei confronti di un giornalista e di un sindacalista per le critiche di genere che avevano rivolto alla direttrice del carcere di Arienzo (Caserta).

Non si può dunque dire che, ad esempio, in un determinato posto di lavoro, sarebbe meglio sostituirle "comunque, con un uomo" perchè si tratta di osservazioni lesive della dignità della persona e si pagano con la condanna penale ed il risarcimento dei danni.

La Suprema Corte ha infatti ritenuta diffamatoria un’intervista pubblicata su un quotidiano locale di Caserta nel giugno 2002, intitolata Carcere: per dirigerlo serve un uomo aggiungendo nel pezzo che per il Carcere di Arienzo "sarebbe meglio una gestione al maschile" senza ancorare questa affermazione a nessun elemento oggettivo.

Senza successo il giornalista ed il sindacalista hanno invocato il diritto di cronaca e quello di critica sindacale chiedendo di essere assolti e di annullare il verdetto emesso dalla Corte d’Appello di Salerno nel febbraio 2009.

La Cassazione ha aggiunto che "si tratta di una dichiarazione certamente lesiva della reputazione della direttrice del carcere trattandosi di un riferimento assolutamente gratuito, sganciato dai fatti, e che costituisce una mera valutazione, ripresa a caratteri cubitali nel titolo, nel quale si puntualizza proprio la  necessità (sottolineata dal verbo servire) di affidare la direzione del carcere, comunque,ad un uomo"

"In sostanza, la critica che viene mossa alla direttrice", continua la Cassazione, "è sganciata da ogni dato gestionale ed è riferita al solo fatto di essere una donna, gratuito apprezzamento contrario alla dignità della persona perchè ancorato al profilo, ritenuto decisivo, che deriva dal dato biologico dell’appartenenza all’uno o all’altro sesso".

Giornalista e sindacalista sono stati dunque condannati per diffamazione e a risarcire alla direttrice 3500 euro come riparazione pecuniaria oltre ad un risarcimento danni di 7000 euro.

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