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11 Dec

Gli abbracci spezzati con Penelope Cruz, la recensione

9 novembre 2009
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Un omaggio al cinema, che passa attraverso la narrazione di un amore con la A maiuscola: è così che si può riassumere, senza sbagliare e senza peccare di ingenuità, il nuovo film di Pedro Almodovar, Gli abbracci spezzati, in uscità il 13 novembre distribuito dalla Warner.

Protagonista del film è ancora una volta la musa del regista spagnolo, la spagnola Penelope Cruz che come solo lei sa fare riesce a calarsi perfettamente nei panni di una donna come tante che, alle prese con un amore costruito a tavolino e con la brama di successo, si trova a vivere una passione che le sarà fatale.

Il tutto sullo sfondo di una Madrid anonima, di cui si riconosce pochissimo se non qualche fugace tratto.

Perchè l’attenzione di Almodovar, stavolta, è sui modi produttivi del cinema, sui continui richiami ad un tipo di cinema considerato troppo spesso "vecchio" e sui continui giochi di parole e immagini tra i classici del passato: non a caso Lena (Penelope Cruz) è una ragazza in cerca di fortuna come attrice e Mateo Blanco (Lluís Homar) è il regista cui Lena si affida per coronare il suo sogno.

Una dichiarazione d’amore che Almodovar conferma quando dice che "quando ero piccolo, in Spagna vivevamo un’epoca oscura, e il cinema rappresentava un mondo parallelo, l’unica vita vivibile. Ora che sono adulto penso che il cinema abbia la capacità di perfezionare la vita".

Per questo Gli abbracci spezzati è zeppo di omaggi al cinema, quello italiano in testa: si va dagli omaggi diretti ad Alfred Hitchcock, Roberto Rossellini (di Viaggio in Italia si vede anche uno spezzone), Audrey Hepburn (la Cruz in alcuni passaggi la ricorda molto, specie nel modo di vestire) a quelli più sfocati e pensati per un parterre di appassionati come Billy Wilder, John Ford, Vincent Minelli, Brian De Palma. Una delle scene clou in questo senso è la rassegna che Mateo fa della sua personalissima videoteca quando chiede all’assistente Diego di passargli una vecchia pellicola.

E cita anche sè stesso Almodovar quando parla di Ragazze e valigie, il film che Mateo Blanco girava nel 1994, remake ridotto del suo Donne sull’orlo di una crisi di nervi.

Non a caso Gli abbracci spezzati si chiude con Mateo, il finto regista, che parla con le parole di Pedro Almodovar, regista nella realtà: "la cosa più importante è terminare il film".

Un testamento che Pedro Almodovar trasporta al cinema rendendolo portatore di sentimenti universali e di un bisogno d’amore che traspare tutto: per le donne, per la famiglia, per il cinema. E, perchè no, per sè stesso.

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