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13 Dec

Il bianco e il nero, l’Italia “divisa”

8 gennaio 2008
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Cristina Comencini dirige Fabio Volo, Ambra Angiolini, Eriq Ebouaney ed Aissa Maiga ne Il bianco e il nero, in sala da venerdì 11 gennaio distribuito da 01 in oltre 250 copie.

Il bianco e il nero tratta un tema attuale e lo fa mescolando i toni della commedia con i toni del dramma, lasciando spazio alla riflessione su quanto gli stereotipi possano rendere peggiore il mondo e come siano radicati da entrambe le parti, il bianco e il nero appunto.

Elena (Ambra Angiolini) ha fatto dell’integrazione razziale un lavoro e una ragione di vita; la sua professione di mediatrice culturale non si esaurisce con l’orario d’ufficio ma si insinua ogni giorno dentro le mura domestiche.

Ne sanno qualcosa la figlia Giovanna e il marito Carlo (Fabio Volo), tecnico informatico, costretto a presenziare a serate per beneficenza in cui si sente fuori posto.

Durante una di queste serate, Carlo incontra Nadine (Aissa Maiga), una bellissima donna nera con cui si scopre complice fin dal primo sguardo; suo marito Bertrand (Eriq Ebouaney), un raffinato intellettuale nero, relatore della conferenza, infiamma gli animi di tutti con la sua dialettica appassionata.

Carlo convince la moglie, in realtà molto titubante, a invitare Nadine e i figli alla festa di compleanno di Giovanna, d’altronde – afferma – “è solo una festa per bambini, che vuoi che succeda?”.

Ma una gaffe tira l’altra in un crescendo di esilaranti equivoci da cui nessuno riesce a districarsi.

Nel bailamme generale Carlo e Nadine si dicono a malapena una parola, ma l’intesa è tangibile.

Basterà un computer da riparare per far cadere anche le ultime barriere e scatenare in loro, la passione. E negli altri, amici e parenti, lo stupore, il rifiuto e anche una curiosità morbosa: com’è l’amore fra una donna nera e un uomo bianco? Che succede alla passione d’amore quando tutto cospira per renderla impossibile?

"Questo film nasce da un viaggio in Ruanda", ha spiegato la Comencini che è anche la sceneggiatrice del film. "Quando sono tornata, ho cominciato a frequentare coppie miste e mi si è spalancato un mondo. Ho capito dai loro racconti quanto sia difficile vivere in una coppia composta da un bianco e una nera o viceversa, e quanti problemi e stereotipi debbano affrontare ogni giorno. Un esempio? Quello che vuole che i neri lo facciano meglio".

Di fronte a questo velato razzismo molte di queste coppie, le più intelligenti ha continuano la Comencini, si confrontano con ironia: "anche per questo ho preferito fare una commedia piuttosto che un film drammatico".

La Comencini rivolge a se stessa e al suo pubblico un interrogativo semplice perchè "la mancanza d’amore e di conoscenza, il non mischiarsi, vivendo vicini e lontani nelle citta’ in cui non ci incontriamo, è uno degli aspetti più preoccupanti del razzismo della nostra epoca".

E non a caso la città del film è Roma, ripresa nei suoi luoghi tipici, quando a Villa Borghese la macchina da presa si ferma su bambini bianchi e neri che si stringono a cerchio per giocare, o quando nell’illuminata Fontana di Trevi sorprende una "nera" prendere il posto che fu della bianchissima e biondissima Anita Ekberg nella famosa sequenza de La dolce vita.

Il grande merito di Cristina Comencini è stato di aver dato visibilità a quell’Italia multiculturale totalmente assente finora nel nostro cinema; una realtà complessa dove gli immigrati ricoprono posizione di rilievo nella nostra società e che hanno a loro volta una forma di diffidenza-razzismo nei confronti dei bianchi.

Poi la polemica, neanche tanto velata, che la regista ha intavolato nel corso della conferenza stampa per dimostrare quanto razzismo e pregiudizio sia ancora presente nella società italiana: "nessuna marca di vestiti ha voluto sponsorizzare le scene in cui recitavano gli attori neri; una cosa assurda, che fa capire come sia ancora lontana l’immagine degli africani da noi. Mentre ho trovato gli sponsor per gli attori italiani, anche per le piccole cose che servono per fare un film nessuno ha voluto investire sugli africani. Ma, se ha dato fastidio a loro significa, che il film funziona".

"Il film racconta anche un amore come non ne esistono più"
, ha concluso la regista. "Negli anni Settanta si frequentavano anche persone di classi e ambienti sociali diversi, oggi c’è paura di questa osmosi. Io spero che si torni di nuovo a conoscersi, a non avere paura di rompere gli schemi, a non aver paura di conoscere l’altro. E spero che il film aiuti anche a riaprire un dibattito su questi temi".

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