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13 Dec

Il grande sogno di Michele Placido: troppi stereotipi e poca incisività

9 settembre 2009
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E’ stato presentato questa mattina, in attesa della premier di questa sera, Il grande sogno, film di Michele Placido in concorso al Festival del cinema di Venezia con Riccardo Scamarcio, Jasmine Trinca e Luca Argentero.

Un film fortemente atteso ma che, ad una prima visione, delude: si racconta di Nicola (Riccardo Scamarcio), pugliese che sogna di fare l’attore e che si trova a lavorare come infiltrato nel mondo studentesco in forte fermento del 1968.

All’università incontra Laura (Jasmine Trinca), una ragazza della buona borghesia cattolica, brillante e appassionata che sogna un mondo senza ingiustizie, e Libero (Luca Argentero), uno studente operaio, leader del movimento studentesco che sogna la rivoluzione. Tra i tre nascono sentimenti e forti passioni e Laura dovrà scegliere chi dei due amare.

Anche i fratelli minori di Laura, Giulio e Andrea, si sentono coinvolti dal clima di contestazione, portando lo scompiglio in famiglia.

Il problema del film di Placido è di non riuscire a dare un filo narrativamente coerente alle storie narrate: che sono tante, ben sei, e che avrebbero avuto bisogno di uno spazio diverso per essere pienamente comprese e soprattutto per essere pienamente vissute.

Ci si trova davanti scene di contestazione che sembrano prese da un epistolario sbiadito, scene che riecheggiano a modi di fare cinema usati e abusati nel nome del realismo (Nouvelle Vague significa ancora qualcosa ma non qualcosa di vago!), eroismo alla spicciola, amore vanesio e libero: insomma, tutti topoi da Sessantotto che alla fine stancano perchè visti, rivisti, abusati e soprattutto accartocciati su sè stessi a formare una matassa inestricabile.

Anche i dialoghi risultano poco incisivi
e la dimostrazione è il dialogo, imbarazzante per via della pochezza, che si consuma a letto tra Riccardo Scamarcio e Jasmine Trinca.

Non ce ne voglia Michele Placido ma un film sul Sessantotto, che sia inteso in senso stretto e soprattutto che voglia dire qualcosa, deve raccontare, narrare e soprattutto farsi capire: in questo caso è apparso invece voler scimmiottare quasi quel periodo, ricreandolo in base a dei clichè, riportando in scena la sua storia personale e storicizzandola.

Sarebbe stato meglio raccontare la sua autobiografia in maniera totale, senza perdersi nei meandri di storie che si accavallano e che portano ad una conclusione decisamente sotto tono.

In sala stampa qualche fischio alla fine della proiezione: ma c’è puzza di contestazione politica e questa, in alcuni contesti, dovrebbe proprio non poter entrare.

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