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14 Dec

Il nastro bianco di Michael Haneke, la recensione

La Redazione
30 ottobre 2009
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E’ stato presentato in concorso a Cannes Il nastro bianco di Michael Haneke, già vincitore nel 2001 con La Pianista che valse il premio come miglior attrice a Isabelle Huppert.

Il nastro bianco è girato in bianco e nero e porta in un isolato paesino rurale della Germania del Nord orientale nel 1913, dove il mondo degli adulti è scandito, come non mai, dall’ottusità e violenza dei rispettivi ruoli che irrompe nell’educazione dei loro figli.

In questo mondo, apparentemente tranquillo, cominciano ad un certo punto ad accadere strani eventi dove i bambini, quelli della generazione che aderirà al nazismo, sono sempre protagonisti o testimoni.

Viene inizialmente posto un cavo che fa inciampare il cavallo del medico (Rainer Bock); dopo qualche giorno un granaio viene incendiato; e poi un bambino, figlio del Barone (Ulrick Tukur) viene rapito e torturato e la stessa cosa tempo dopo accadrà a un altro bambino del villaggio.

La catena sembra interrompersi fino a quando in un crescendo a un certo punto viene trovato un bambino handicappato a cui sono stati cavati gli occhi, c’é chi dice alla propria donna che ha un cattivo alito, che odia la stessa idea di fare l’amore con lei, chi corteggia la figlia facendo finta di curarla e chi, come il sacerdote, lega le mani al proprio figlio perché non si masturbi la notte.

Solo il maestro delle scuola (Cristian Friedel), che è anche la voce narrante della storia, è l’elemento sano di questo villaggio e ne coglie deformazioni e derive tragiche.

Per spiegare la filosofia che aleggia ne il nastro bianco, Haneke ha dichiarato che "qualsiasi principio, quando viene assolutizzato, diventa disumano. Che sia un ideale religioso, politico o sociale, quando diventa pensiero unico produce il terrorismo. Una certa educazione e cultura in senso assolutista porta a degenerazioni altrettanto assolutiste, al terrorismo, al fanatismo religioso, al Nazismo, anche se questo mio film non è un lavoro sulla Germania o sul nazismo".

Eyeweekly ha scritto che Il nastro bianco è "un lavoro di grande effetto la cui intelligenza e precisione d’acciaio lo mettono con tutte le spalle al di sopra di molti film del Concorso". mentre il Guardian che "il misto di composizioni formali e poetiche e dramma calmo e sommesso ricorda Malick e Bergman" definendolo dunque "un possibile vincitore".

Due scene tratte da Il nastro bianco:

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