L’integrazione degli immigrati possibile grazie alle donne

E’ stato presentato questa mattina a Roma il rapporto Donne del Mediterraneo. L’integrazione possibile realizzato dalla Fondazione Farefuturo che, curato da Valentina Cardinali e realizzato insieme all’Istituto Piepoli, offre una panoramica sulle aspettative, le opinioni, le condizioni di integrazione di quegli immigrati che, provenendo dal Mediterraneo, hanno scelto l’Italia come nuova casa ma, soprattutto, sul ruolo della donna come agente di integrazione.

Oltre il 92% degli immigrati provenienti dal bacino del Mediterraneo e residenti in Italia ha un’alta immagine dell’Italia, con una maggiore positività tra coloro che provengono dal Mediterraneo Est e tra le donne lavoratrici; l’80% di chi ha un lavoro regolare non si sente discriminato.

“Sono soprattutto le donne", si legge in una nota, "e in particolare le donne lavoratrici, che hanno sempre un atteggiamento più favorevole nei confronti del nostro paese, dei suoi valori e delle sue leggi e sono sempre le donne che hanno maggiore propensione ad integrarsi".

"Nel nostro rapporto", ha spiegato Adolfo Urso, segretario generale della Fondazione Farefuturo, "ci siamo soprattutto posti il problema di esaminare e far emergere il ruolo, le aspettative, le esigenze della donna. Essa, infatti, appare ai più come l’elemento dello scontro, soprattutto, ma non solo, con il mondo islamico; elemento di conflitto e di diversità, con la coercizione del velo e l’umiliazione della poligamia. La donna con il suo carico di problemi, di scelte e di responsabilità; la donna e il suo status certamente diverso rispetto a quello della nostra società; la donna e i suoi diritti negati e quindi le pari opportunità che sono a fondamento della nostra democrazia; la donna e la famiglia, poligamica e comunque patriarcale; la donna e i figli e quindi il tema dell’educazione, della scuola, e il conseguente diritto alla cittadinanza di chi nasce nel nostro suolo".

"La donna", ha continuato il segretario della Fondazione Farefuturo, "come elemento di conflitto ma che aspira a superare il conflitto. Come ben evidenziano i dati della ricerca, l’integrazione è quindi possibile, è necessaria e passa dal rispetto delle norme e quindi dalla legalità ed è la donna il motore dell’integrazione, il lavoro e la scuola gli strumenti migliori. È questo l’elemento principale che emerge in tutta evidenza in ogni aspetto del Rapporto: la donna porta con sé i conflitti ma è anche il veicolo principale dell’integrazione e del rispetto delle identità. Ha comunque un ruolo positivo e propositivo e questo riguarda anche le donne islamiche che sono più aperte e consapevoli dei propri mariti nell’accettare i valori e i costumi della nostra società e nel desiderio di integrazione, sono più disponibili al cambiamento e all’adattamento; sono quelle che forniscono le soluzioni possibili. La donna più consapevole del proprio status e dei suoi diritti spesso negati, nella coppia e nella società; la donna con i suoi problemi da risolvere e con la sua disponibilità concreta a farlo è il motore della integrazione, nel confronto tra le identità; il motore possibile su cui far leva. Sulla base della ricerca ci sembra quindi di poter dare delle indicazioni, comunque degli elementi di riflessione alla classe politica e al legislatore, sulle quali lavoreremo nel secondo Rapporto di ricerca".

Oltre la metà delle donne intervistate dalla ricerca, che analizza la popolazione immigrata regolare, residente in Italia e proveniente equamente da nazioni del Mediterraneo del Sud (Tunisia, Marocco, Algeria, Libia, Egitto, Etiopia, Eritrea, Somalia), e dell’Est (Croazia, Slovenia, Bosnia, Serbia, Albania, Macedonia, Turchia, Libano, Paesi arabi), non ritiene, ad esempio, di rappresentare un modello che si contrappone a quello della donna italiana, definisce facili le relazioni con gli italiani, e ritiene tendenzialmente compatibili le proprie caratteristiche di nazionalità, cultura e religione con quelle del paese ospitante.