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14 Dec

La palpata è violenza sessuale

26 ottobre 2009
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Nuova sentenza della Corte di Cassazione che ha stabilito che la classica palpata di un ragazzo nei confronti di una ragazza, magari fatta in modo gioco e per scherzare, rientra nei casi di violenza sessuale.

La Cassazione ha voluto chiarire fin dove ci si può spingere per non violare la "libertà sessuale" degli altri partendo dal ricorso di un quarantenne di Venezia condannato a dieci mesi di reclusione (pena sospesa e riconoscimento delle attenuanti generiche) per violenza sessuale nei confronti di una barista.

La ragazza, ricostruisce la sentenza 39718, si era sottoposta ad un intervento di chirurgia plastica al seno e l’uomo "per verificare gli esiti" del ritocco l’aveva presa sulle ginocchia e le aveva palpeggiato il seno dicendole: "nessuno ha il coraggio di farlo, lo faccio io. Tutto qua, non sei un granché".

Nella sentenza, i giudici scrivono che "l’aggettivo sessuale attiene al sesso dal punto di vista anatomico, fisiologico o funzionale, ma non limita la sua valenza ai puri aspetti genitali, potendo estendersi anche a tutte le altre zone ritenute erogene dalla scienza non solo medica, ma anche psicologica, antropologica e sociologica".

Quindi, "nella nozione di atti sessuali debbono farsi rientrare tutti quelli che siano idonei a compromettere la libera determinazione della sessualità della persona e ad invadere la sua sfera sessuale con modalità connotate dalla costrizione".

Tra gli atti puniti dall’art. 609 bis c.p. "vanno ricompresi anche quelli insidiosi e rapidi, purché ovviamente riguardino zone erogene su persona non consenziente" come per esempio "palpamenti, sfregamenti, baci".

Insomma, sintetizzano i supremi giudici, "è indifferente che chi costringe o induce lo faccia per lucro, per depravazione, per disprezzo, per immondo gusto dello spettacolo o per gioco, purché si agisca con la coscienza e volontà di costringere o indurre taluno a commettere atti di libidine su se stesso, sulla persona del colpevole o su altri".

Ecco perché è "irrilevante il fine propostosi dal soggetto attivo che può essere diretto a soddisfare la sua concupiscenza, ma anche di altro genere (ludico o di umiliazione della vittima)".

Nel caso in questione è stato inutile il ricorso in Cassazione del quarantenne (già condannato dalla Corte d’appello di Venezia nell’ottobre 2008) volto a dimostrare che nei confronti della barista aveva fatto solo "un gesto scherzoso" visto che attirando a sé la ragazza "vi fu solo un contatto glutei-ginocchia che palesemente non può essere qualificato come atto sessuale".

La Corte in nove pagine di motivazione ha spiegato che quel gesto, fatto per spavalderia davanti agli amici, non rientra nel bon ton sessuale: "è irrilevante che nell’aggressione alla sfera sessuale si proponesse di soddisfare la propria concupiscenza sessuale o volesse semplicemente compiere un’azione dimostrativa in presenza di amici".

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