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17 Dec

Paranormal Activity, recensione

dgmag - 1 febbraio 2010
1 febbraio 2010
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Arriva finalmente anche nelle sale italiane, dopo aver spopolato negli Usa e in tutto il mondo, Paranormal Activity dell’esordio Oren Peli con Katie Featherston, Micah Sloat.

Definito fenomeno del momento in quanto realizzato con pochissime risorse e foriero di guadagni inimmaginabili, Paranormal Activity ricalca da vicino la storia e le modalità produttive del famoso The Blair Witch Project.

La storia è già vista: a San Diego Micah (Micah Sloat) e Katie (Katie Featherston) sono fidanzati e vivono insieme ma la ragazza pare essere seguita dall’età di 8 anni da una presunta entità soprannaturale. Micah decide di filmare tutto in modo da poter catturare la presenza che chiaramente si scatena quando il ragazzo provoca.

Le riprese amatoriali per dare il senso della vicenda vissuta realmente dai due protagonisti sono l’elemento fondamentale di Paranormal Activity che punta tutto sull’illusione di realtà sfruttando le emozioni.

La particolarità di Paranormal Activity è di non fare paura ma di incutere timore e soprattutto curiosità: lo spettatore vuole sapere cosa accadrà pur sapendo che non potrà mai sapere chi c’è dietro a tutto questo. E vuole sapere che fine faranno i due protagonisti, abbandonati alla loro stessa solitudine e la cui storia si dipana in un climax ascendente che li porterà alle estreme conseguenze.

Da brivido la scena clou che conduce alla fine del film ma, sia chiaro, nessuno perderà il sonno come invece sostiene la pubblicità di Paranormal Activity.

Al massimo vi ritroverete a pensare al motivo per cui in certe case il parquet scricchioli sempre, le porte cigolino ed esista un luogo di cui nessuno è a conoscenza, la soffitta, che nasconde strane presenze.

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