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17 Dec

Persecution di Patrice Chereau, recensione

dgmag - 7 settembre 2009
7 settembre 2009
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Patrice Chereau torna a Venezia quattro anni dopo il Leone d’oro speciale vinto con Gabrielle e presenta, in concorso, Persecution con Romain Duris, Charlotte Gainsbourg, Jean-Hughes Anglade, Gilles Cohen e Alex Descas.

In Persecution Chereau mette in scena la follia che segue la normalità, che in essa penetra e che essa plasma e, nella maggior parte dei casi, distrugge.

E’ la storia di Daniel (Romain Duris), un trentacinquenne impegnato nel lavoro ma molto solo; il suo unico legame è con Sonia (Charlotte Gainsbourg), la donna a cui è legato da un sentimento di amore ma anche di disgusto.

Un giorno all’improvviso uno sconosciuto (Jean-Hughes Anglade) fa irruzione nel suo appartamento e, senza dire niente, dopo la prima visita continua ad entrare e uscire dalla sua casa mettendo in pericolo la relazione di Daniel con Sonia.

Ma chi è quest’uomo? E, soprattutto, è reale o è frutto della fantasia di Daniel?

"Daniel è una persona qualunque, potrebbe essere chiunque di noi", ha spiegato il regista e sceneggiatore parlando del protagonista. "E’ normale nella sua follia, nella sua preferenza al dolore. E’ uno di noi, che vive un dolore che è di tutti, un dolore che ha fatto soffrire anche me".

Fantastica la scena finale in cui Daniel passeggia per Parigi sulle note di Mystery of Love cantata da Antony and the Johnsons che racconta di amore, passione e paura: degli altri e soprattutto di sè stessi.

Molto bella anche la metafora utilizzata da Chereau che sfrutta l’immagine del cantiere edile sul quale lavora Daniel come immagine metaforica del vero cantiere, quello dell’anima, sul quale dovrebbe lavorare il protagonista, ricostruendo e rifondando le basi per una nuova percezione di sè e del mondo che lo circonda.

Peccato che come al solito l’accoglienza per il film da parte della stampa accreditata non sia stata tra le più eccezionale e c’è anche chi ha azzardato fischi al termine della proiezione.

Gesto ingeneroso e, soprattutto, poco lungimirante nella consapevolezza che un film sulle difficoltà delle relazioni, girato tutto con un ritmo serrato e la macchina da presa che indugia sui protagonisti vestendoli come fosse una seconda pelle, non è ben accettato da quanti non riescono ancora a confrontarsi pienamente con la fragilità dell’essere umano. Che sia sullo schermo o, più realisticamente, nella vita.

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