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16 Dec

Sempre più italiane rinunciano al lavoro quando diventano madri

dgmag - 21 maggio 2009
21 maggio 2009
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Le donne italiane, anche se laureate o istruite, scelgono sempre più spesso di rinunciare al lavoro quando nasce un figlio soprattutto per l’elevato costo di cura dei figli, che rende conveniente non lavorare.

Lo dimostra da uno studio, Female education and employment, making the most of talents di Alessandra Casarico e Paola Profeta di Econpubblica, presentato a Milano nel corso del workshop Institutions and the gender dimension organizzato dall’Università Bocconi.

Secondo le due ricercatrici sarebbe possibile aumentare il tasso di occupazione femminile puntando su una spesa pubblica più alta per le famiglie, in particolare per la prima infanzia, e sulla diffusione di forme di conciliazione come il part time.

Le ricercatrici sottolineano che in Svezia, dove la percentuale di lavoro part time rispetto al lavoro totale è del 23%, la percentuale di donne tra i 25 e i 64 anni con un’istruzione superiore o universitaria raggiunge l’85%; in Italia, dove il part time è il 12,7%, tale percentuale è del 48%.

Lo studio evidenzia un migliore rapporto dove tale spesa è più elevata come accade ad esempio in Svezia e Danimarca dove rispettivamente il 3,5% e il 4% del pil sono destinati a questo tipo di sostegno economico e dove la percentuale di donne con istruzione superiore è dell’85% e del 79%; in entrambi i Paesi la percentuale di donne con istruzione superiore occupate supera il 75%.

In Italia e in Spagna, due tra i paesi in cui le famiglie ricevono meno trasferimenti, poco più dell’1%, le donne più istruite non raggiungono il 50%, mentre quelle istruite e occupate sono il 65% e il 61%.

"E’ noto", ha spiegato Paola Profeta, "che in paesi come l’Italia il tasso di occupazione femminile è molto basso, del 46,7% rispetto a un obiettivo di Lisbona del 60%. Meno noto è che in questi paesi donne con istruzione superiore o universitaria spesso non lavorano, a differenza degli uomini e a differenza di quanto avviene per esempio nei paesi scandinavi".

Quando le donne devono decidere se istruirsi, non hanno un’informazione completa sui costi ai quali andranno incontro nella cura dei loro figli, nel momento in cui diventeranno mamme.

"Esistono quindi delle donne", ha aggiunto Alessandra Casarico, "che, una volta scoperto il costo di cura dei figli, se questo risulta molto alto, pur essendosi istruite ritengono conveniente non lavorare".

E la loro assenza dal mercato del lavoro genera uno spreco di talenti incredibile.

"Sarebbe opportuna una politica di spesa pubblica a favore delle donne lavoratrici o una politica di sgravi fiscali", ha concluso Profeta.

"In presenza di un ambiente istituzionale e culturale ideale, la mancata conoscenza del costo di cura della prole, al momento della decisione sull’istruzione, non sarebbe un problema, perché tutte le eventuali differenze di costo effettivo rispetto a quello atteso sarebbero neutralizzate dalle istituzioni".

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