Svestendo Emmanuelle, i segreti della Kristel

Da icona di bellezza a icona del dolore: è questa la storia che Sylvia Kristel, conosciuta da tutti come la protagonista del film erotico Emmanuelle, ha voluto raccontare nella sua biografia.

“In confronto alla pornografia di oggi è una specie di Alice nel Paese delle Meraviglie. Mio figlio Arthur l’ha visto di recente per la prima volta e si è addormentato. L’ha trovato noioso”, sostiene la donna nella sua autobiografia.

Si parte dai racconti dell’infanzia trascorsa nello Utrecht, dove i genitori erano presi dalla gestione di un albergo, passando per la violenza sessuale subita a nove anni fino all’abbandono della madre da parte del padre e la volontà di Sylvia di fare la modella e l’attrice per far in modo “che mio padre guardasse me, prendesse atto del mio successo”.

A venti anni la scelta di legarsi al poeta quarantaquattrenne Hugo Claus e di girare Emmanuelle, che le fruttò 3000 euro e tanta notorietà: “sul set era come stare in famiglia e lavorare in paradiso. Mi sentivo al sicuro e a mio agio”.

Abbandonata dal fidanzato, Sylvia Kristel iniziò una vita di eccessi fatta di alcol, amanti famosi e non, maternità, droga e la nuova relazione con l’attore Ian McShane; nel 1982 lasciò Hollywood e tornò in Olanda per sposare un cineasta francese di nome Philip Blot e recitare in film di serie B.

Tre anni fa le ultime disgrazie: un cancro alla gola che si propaga ai polmoni, la morte del’ultimo compagno, un produttore radiofonico belga e la decisione di scrivere un libro sulla sua vita sfortunata, segnata da un film fortunato.

“Mi considero un’attrice invecchiata, un’artista in convalescenza e una donna finalmente in grado di mettersi a nudo”, dice nel libro la Kristel.

Senza quella telecamere che, in un modo o nell’altro, hanno segnato la sua vita.