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16 Dec

“The Host”: la recensione in anteprima dagli USA

Kimberley A. Ross - 27 marzo 2013
27 marzo 2013
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Vi ha incuriosito il trailer di "The Host"? Il film esce domani nelle sale italiane ma la nostra inviata da New York lo è andato a vedere in super anteprima per gli utenti di DGMag. A voi la sua recensione!

Come sarebbe il mondo se una specie aliena, per mettere fine alle tragedie provocate dal genere umano – guerre, violenza, crimini ecologici – prendesse possesso dei nostri corpi, obliterando la nostra coscienza? Forse il mondo sarebbe migliore, ma a che prezzo per l’umanità?

E’ questa la premessa di “The Host”, il film tratto dal romanzo di Stephenie Meyer pubblicato in Italia col titolo “L’Ospite”. Protagonista uno di questi alieni, chiamati appropriatamente Anime, che una volta preso possesso del corpo di Melanie, una delle ultime sopravvissute all’invasione, anzichè diventarne padrone, non riesce a liberarsi dei ricordi e soprattutto dei sentimenti della ragazza, diventandone a suo modo schiavo.

I presupposti del romanzo erano senza dubbio affascinanti e offrivano più di uno spunto di riflessione: il rapporto tra corpo e coscienza, l’imagine si sè, il rapporto col diverso, perfino – volendo forse stiracchiare un poco gli intenti dell’autrice – il concetto e i limiti dell’esportazione della democrazia.

Andew Niccol, regista e sceneggiatore del film – in uscita il prossimo 28 marzo – ha però deciso che forse tanta riflessione era troppo per il pubblico di “Twilight”. Ed eccoci quindi di fronte all’ennesima versione della solita storia. E gli ingredienti che conosciamo ci sono proprio tutti. Innamoramento immediato ed immotivato? Si. Impossibile? Certo. Triangolo amoroso? Anche quello, ovvio. Il tutto inserito in una blanda cornice sci-fi che serve a ben poco se non ad offrire uno scenario alternativo alla foresta incantata abitata da licantropi e vampiri di Bella ed Edward. Nel passaggio dalla pagina allo schermo tutte le sfumature della tensione tra umani e invasori sono ridotte ad un vaga e banale diffidenza reciproca, rinunciando a qualunque tentativo di descrivere lo sviluppo del loro rapporto.

Nei doppi panni di Melanie e del suo ospite alieno, una delle attrici più promettenti della giovane Hollywood, Saorsie Ronan (“Amabili Resti”, “Espiazione”). Ma nemmeno lei può molto contro i presupposti sconcertanti di questo adattamento. Complice anche la scelta davvero poco illuminata del continuo dialogo interiore tra Melanie e la sua Anima, che nella sua fastidiosa inutilità rasenta il ridicolo.

Quanto ai due protagonisti maschili, Max Irons (“Cappuccetto Rosso Sangue”) e il semi sconosciuto Jake Abel, il loro ruolo è quello davvero poco impegnativo di dividersi le attenzioni della protagonista, baciandola a turno nei cunicoli in cui è rifugiata la resistenza.

Cosa rimane di questo film dopo la visione? Di certo le belle musiche di Antonio Pinto, e qualche bella immagine del deserto del New Mexico, ma soprattutto la breve ma preziosa interpretazione di William Hurt, davvero una perla in un mare di banalità.

Kimberley Ross

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