Violenza sulle donne, quella carezza in un pugno che seppellisce

Marina ha 43 anni, nessun figlio, un paio di cani, tre gatti e un pesce.
Marina ha 43 anni e un marito.
Marina lavora come impiegata alle Poste, le piace leggere e viaggiare.
Marina la guardi negli occhi e ti sembra che vada tutto bene; le guardi le mani e pensi agli anelli che porta al dito, le guardi il viso e puoi riconoscere tutti i meravigliosi posti del mondo che ha visitato.
 
Da 20 anni Marina ha un segreto, un segreto di cui non vuole parlare, di cui si vergogna quasi; un segreto che la logora, le mangia il cervello, le mangia lo stomaco, la testa, tutto.
Marina da 20 anni combatte dentro casa una guerra a colpi di silenzio, una guerra che non si combatte con le armi, che non riempie le pagine dei giornali, che non genera profitti.

Marina ogni giorno, ogni santo giorno della settimana, affronta una guerra contro contro il sopruso, contro l’abuso; una guerra di civiltà, una guerra contro sé stessa, contro l’altra parte di sé che ha fatto entrare nel suo cuore e nella sua vita 20 anni orsono.
Marina ogni sera guarda il marito addormentarsi al suo fianco, divide con lui lo stesso letto, le stesse lenzuola, e ogni sera pensa che prima o poi ce la farà, che prima o poi riuscirà a farlo cambiare, che quello che succede in fondo in fondo è anche un po’ per colpa sua; del resto sua madre quando era piccola le diceva che con il suo carattere non sarebbe andata tanto lontana e che avrebbe fatto disperare anche il più gentile e premuroso dei compagni.

E così lei pensa che la colpa sia la sua, almeno un po’ sia anche la sua, che se avesse meno voglia di fare di testa sua non succederebbero certe cose, suo marito non perderebbe la testa e le cose andrebbero sicuramente meglio. Marina combatte una guerra sottile, a colpi di schiaffi e pugni ma soprattutto di intimidazioni psicologiche per dimostrare che nella coppia uno solo comanda e l’altra obbedisce; e, se non obbedisce e non si comporta bene, sono guai.

Marina, che Marina non si chiama, fa parte di quelle 6.743.000 donne che, dati Istat del 2007, tra i 16 e i 70 anni hanno subito almeno una violenza fisica o sessuale; Marina fa parte sia delle 5 milioni di donne che hanno subito violenze sessuali (23,7%) che delle 3.961.000 che hanno subito violenze fisiche (18,8%).

Marina, che subisce violenze da almeno 20 anni, fa parte anche di quel 1.150.000 di nuovi casi di violenza riscontrati nel corso dell’ultimo anno; a lei per adesso è andata bene, ma solo nell’ultimo anno 62 donne sono state uccise.

Marina non lo sa, o forse sì, ma secondo l’Istat sono i partner i maggiori responsabili di tutte le forme di violenza rilevate, che nella quasi totalità dei casi non vengono denunciate: "i partner", dice il rapporto Istat, "attuali ed ex, sono responsabili della quota più elevata di tutte le forme di violenza fisica rilevate e di alcuni tipi di violenza sessuale come lo stupro nonché i rapporti sessuali non desiderati, ma subiti per paura delle conseguenze. Il 69,7% degli stupri, infatti, è opera di partner, il 55,5% degli ex partner, il 14,3% del partner attuale, il 17,4% di un conoscente. Solo il 6,2% è stato opera di estranei".

Una violenza che si consuma laddove è più innaturale pensare si possa consumare: in famiglia, tra le quattro mura di casa, in quella casa che diventa non più il rifugio dove entrare lasciando fuori i problemi ma che diventa essa stessa problema.

Marie­France Hirigoyen ci ha scritto un libro sulla violenza sulle donne, bisognerebbe regalarlo a Marina: si chiama “Sottomesse. La violenza sulle donne nella coppia (Einaudi)” e racconta le fasi che contraddistinguono l’escalation di violenza nella coppia.

Eh già perchè sembra strano anche solo a pensarlo ma esistono dei veri e propri stadi che consentono di definire la violenza di genere: si passa dalla fase dell’irritabilità di lui che comincia a vedere lei come la responsabile di tutti i guai per arrivare alla fase dell’attacco, in cui insulti e minacce sono l’inizio della violenza vera e propria; violenza che poi si dimentica per lasciare spazio al pentimento e alle giustificazioni con un’unico filo conduttore, la colpevolizzazione della donna.

Così si ricomincia da zero, la storia va avanti, la moglie crede in una redenzione e non denuncia il fatto perchè spera di aver trovato nuovamente l’uomo che amava; ed è così che la spirale riparte e al prossimo sgarro sono pronte sia le botte che gli insulti.


Così va avanti Marina da 20 anni: quando torna a casa e lui si irrita per tutto lei sta zitta, cede al silenzio impostogli da tanti anni di convivenza e conoscenza ma al minimo errore, o al minimo rumore, lui la tortura, la umilia a parole, la costringe a subire il peggiore atto intimidatorio, il sesso non consenziente, e dopo aver sbrigato tutte le sue porche faccende le chiede scusa. Le chiede scusa per tutto quello che ha fatto ora e per quello che ha fatto prima di ora ma non le chiede mai scusa per quello che farà; si limita a dirle che non succederà più e lei ci crede, si riappropria di sé stessa e va avanti, con un macigno nello stomaco e prendendosi la colpa di tutto.


Marina non parla e fa parte anche lei di quel 95% delle donne che decide di tacere, di non denuciare; sa che, come per il 44% delle donne italiane, si tratta di “qualcosa di sbagliato” ma non ce la fa, non riesce e si illude che tutto, un giorno, cambierà.

Marina conosce la storia di Francesca, impiegata della sonnolenta provincia maceratese che, nel lontano 2006, è stata massacrata dal marito e gettata in un cassonetto; non poteva pensare alla separazione e ha così pensato bene di fargliela pagare, aveva detto il marito di Francesca una volta scoperto. Francesca si è risvegliata dopo un anno di coma e lui, l’assassino mancato, non è in carcere ma in una comunità di recupero a 14 chilometri dalla casa dell’ex ­moglie perchè il suo avvocato ha portato avanti la tesi che l’uomo soffriva di disturbi mentali.

Ci ha invece rimesso le penne Duana, una ragazza rumena di 17 anni che aveva deciso di lasciare il suo convivente, un italiano, perchè era troppo violento; lei era tornata a casa dai genitori, lui l’ha raggiunta, le ha sparato ferendola a morte. Duana è morta, se n’è andata con l’anno vecchio, lasciandosi alle spalle il 2007.

Marina, come tante donne, forse si interroga sul motivo per cui tanti uomini fanno del male alle loro compagne e se si affidasse alla sociologia, o alla psicoloogia, troverebbe forse una risposta: l’uomo, il maschio, perde potere in una società che va avanti e così, per reazione, si difende con la brutalità e cercando di riportare ordine, l’ordine che dice lui, in casa sottomettendo la moglie, la compagna o la fidanzata.

E proprio per essersi ribellata e aver detto no all’aborto, Jennifer Zacconi è stata crudelmente ammazzata dall’uomo di cui si era innamorata, Lucio Niero.Silvia Mantovani invece lo aveva denunciato Aldo Cagna perchè non ne poteva più, non ne poteva più di sentirsi minacciata, di essere seguita, di essere pedinata; la storia di Silvia con Cagna era finita qualche tempo prima ma lui non ne voleva sapere di lasciarla in pace e così ha continuato a molestarla fino a quando Silvia, esausta, non aveva deciso di denunciare l’uomo. Ma la giustizia non è arrivata in tempo e così Silvia a 28 anni è morta perchè in Italia le leggi esistono anche ma applicarle e prendere provvedimenti, da noi, richiede troppo tempo.

A Marina dovremmo raccontarla la storia di Silvia ma probabilmente avrebbe ancora più paura per la sua vita perchè in Italia la violenza sulle donne non sembra essere un argomento prioritario, tranne quando si avvicina la campagna elettorale.

Ogni tanto Marina  pensa che potrebbe trasferirsi in Spagna. In Spagna la legge contro la violenza sulle donne è entrata in vigore nel 2005 perchè la situazione era terribile: tra il 2000 e il 2004 309 donne hanno perso la vita in Spagna per mano del proprio marito, fidanzato o ex, secondo le stime dell’Istituto della Donna (Instituto de la Mujer) e si calcola una donna morta ogni sei giorni.

L’approvazione della legge ha portato ad un abbassamento del 13,8% delle morti tra il 2004 e il 2005 e ad un aumento delle denunce se solo si pensa che nel primo semestre del 2006 sono state presentate 1125 denunce in più rispetto al 2005.


Se fosse stata in Spagna, Marina (e anche le altre donne) avrebbe potuto beneficiare di tribunali penali specializzati per la tutela specifica dei diritti delle vittime di violenze, avrebbe avuto diritto al sussidio di disoccupazione nel caso in cui si fosse dovuta licenziare o cambiare residenza in seguito a violenza domestica, avrebbe avuto diritto all’assistenza sociale integrata con servizi di supporto, emergenza e recupero, compreso il servizio di avvocatura a spese dello Stato.

Ma Marina ha 43 anni, vive in Italia e la sua è storia di tutti giorni, niente di eccezionale, niente per cui valga la pena trovare soluzioni, niente per cui si possa pensare di fare qualcosa.

Marina quando pensa certe cose si sente femminista e sente che nel 2008 il termine e le sue implicazioni sono anacronistiche e allora lascia perdere; lei preferisce mettersi le cuffie e ascoltare A Man and a Woman degli U2.
Sognando che un giorno, forse, sarà tutto diverso.