L’armata perduta di Manfredi vince il Bancarella

E’ Valerio Massimo Manfredi con L’armata perduta il vincitore del 56° Premio Bancarella; Manfredi ha ottenuto 79 voti mentre 44 sono andati ad Andrej Longo con Dieci (Adelphi) e 29 a Christiana Ruggeri con La lista di Carbone (Mursia).
Manfredi e il suo libro sono stati al centro di un caso perché indicati come vincitori prima della votazione; l’Espresso, la settimana scorsa, aveva anticipato che avrebbe vinto il libro di Manfredi e venerdì scorso i due quotidiani La cronaca di Cremona e il Secolo XIX avevano rilanciato la questione sostenendo che avrebbe vinto l’archeologo-scrittore, attribuendo le indiscrezioni al segretario del premio, Enrico Polverini.

Nonostante la smentita da parte dell’organizzazione, ha vinto comunque L’armata perduta che racconta della Grecia in ginocchio, spossata da trent’anni di guerra tra Atene e Sparta e che, nel momento di più profonda crisi di quei valori che resero grande la civiltà ellenica, vede il comandante Clearco arruolare un esercito di mercenari greci.

Quale sia la vera missione di questo esercito che passerà alla storia come l’armata dei Diecimila non è chiaro; si sa che dovrà addentrarsi profondamente in territori misteriosi e ostili, nel cuore stesso dell’impero persiano, si sa che è al soldo del principe Ciro, fratello del Gran Re Artaserse. La motivazione ufficiale, sgominare tribù ribelli, non convince nessuno.

Alla spedizione, come di consueto, sono aggregate anche numerose donne e allora Valerio Massimo Manfredi fa raccontare la grande epopea dell’Anabasi di Senofonte da una donna; è Abira, una ragazza che abbandona il polveroso villaggio di Beth Qadà per seguire il guerriero a cavallo Xeno che un giorno le è apparso come un giovane dio, con una promessa d’amore, di avventura, di vita diversa nello sguardo, a narrare quell’eroica impresa di uomini, quella titanica sequela di battaglie campali, di agguati, di marce forzate per deserti roventi e gelide montagne, torrenti vorticosi e tundre innevate e attraverso i suoi occhi innocenti ma avidi di conoscenza come quelli di ogni donna innamorata tutto acquista un’altra luce.

L’irruenza, i complotti, la furia cieca degli uomini appaiono sempre come filtrati dalla ferma dolcezza, dalla infinita capacità di sacrificio delle donne; e così la fredda lucidità di Xeno, la disumana ferocia di Menon di Tessaglia, il realismo amaro di Sophos si mescolano all’amorosa dedizione di Abira, alle raffinate seduzioni di Melissa, alla muta capacità di sopportazione di Lystra.

Il colpo di scena finale che scioglie questa grandiosa avventura ci dirà quale sia questo limite e quale fierezza alberghi nel petto di diecimila indomiti guerrieri o di una sola donna innamorata.