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12 Dec

La fuga di Adam Thirlwell

11 marzo 2010
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Non doveva essere quello il gran finale di Raphael Haffner, non doveva ritrovarsi a settantotto anni dentro l’armadio di una stanza d’albergo a sbirciare una coppia che faceva sesso, a fissare la sua nuova dea Zinka con il fidanzato Niko.

Lui è lì in un’imprecisata località termale dell’Europa dell’Est, per recuperare la villa requisita, sotto vari regimi, alla famiglia della moglie, riscattarsi per averla tradita e lasciata poco prima che morisse e dimostrare finalmente a figli e nipoti di non essere l’uomo egoista, vanitoso, inaffidabile e immaturo che tutti quanti sembrano credere.

Ma in realtà Haffner non apprezza la maturità, si sente ancora giovane e affascinante, ed è inesorabilmente attratto dalla decadenza.

I suoi modelli sono gli imperatori romani, la spietata crudeltà di Tiberio, gli eccessi sfrenati di Eliogabalo; cerca le cose più alte in quelle più basse: nella lussuria, nella vanità, nella vergogna; in ogni vittoria intravede la sconfitta, nella più desolante umiliazione il trionfo. E così non sa opporsi ai romantici approcci dell’insoddisfatta Frau Tummel, e soprattutto alle degradanti fantasie di Zinka.

Tra paesaggi montani immacolati e grigiori post comunisti, ricordi di un’infanzia ebraica a Londra e della vita da uomo d’affari a New York, Adam Thirlwell descrive le tappe di un percorso esistenziale che fa di questo torpido e intrigante Don Chisciotte un ironico emblema del Ventesimo secolo ormai al crepuscolo.

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