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12 Dec

Murad Murad di Suad Amiry

14 settembre 2009
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Cambiare sesso. Suad Amiry sa benissimo che è questo l’unico modo per raccontare la paradossale condizione dei lavoratori palestinesi costretti a superare il confine con Israele per trovare lavoro. E così fa.

Suad si traveste da uomo e raggiunge nottetempo un villaggio vicino a Ramallah da dove comincia il suo viaggio, lungo le strade costeggiate di olivi che conducono in Israele, insieme al fido Mohammad, a Murad – sfrontato, grezzo, tamarro, un ragazzo come tanti – e ai loro amici.

Ridono, scherzano, parlano del lavoro che, forse, li aspetta al di là del confine, ma la testa è sempre altrove: ai soldati israeliani che potrebbero arrestarli da un momento all’altro, alla diffida che riceverebbero se venissero presi e che sancirebbe una “carcerazione preventiva”, alla pallottola sparata da qualche cecchino nascosto tra gli alberi.

Quando, dopo una marcia sulle colline e una serie di traversie, riescono infine a superare il muro e a mettere piede in Israele, è tardi: il lavoro non c’è più.

Si confondono con i civili israeliani e salgono su un autobus per cominciare il viaggio di ritorno verso casa. Davanti a loro un paesaggio non ignoto ma visto forse per la prima volta con occhi diversi: tutto quello che era stato “palestinese” non c’è più, non c’è più memoria dell’architettura, delle coltivazioni, della vita quotidiana di un popolo che lì è vissuto per secoli.

Suad Amiry è un’architetta palestinese, fondatrice e direttrice del Riwaq Center for Architectural Conservation a Ramallah. Cresciuta tra Amman, Damasco, Beirut e Il Cairo, ha studiato architettura all’American University di Beirut e all’Università del Michigan, specializzandosi infine a Edimburgo. Dal 1981 insegna archittettura alla Birzeit University e, da allora, vive a Ramallah. Ha scritto e curato numerosi volumi sui differenti aspetti dell’architettura palestinese.

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