Death Magnetic, l’ultima fatica dei Metallica

Dopo una lunga assenza, i Metallica tornano con Death Magnetic, il loro non album in studio. Il quartetto abbandona lo storico produttore Bob Rock, per cambiare pelle, tra le mani sapienti di Rick Rubin (già con gli Slayer). Ulteriore novità, questo è il primo lavoro registrato col basso di Robert Trujillo, validissimo ex bassista di Suicidal Tendencies e Ozzy Osbourne.

Rick Rubin ha esplicitamente richiesto ai membri della band di tornare indietro di vent’anni, ai tempi di Kill ‘em All e di Master of Puppets per intenderci. Ascoltando il disco non si può dire che l’esperimento sia completamente riuscito, però quel che ne viene fuori è comunque positivo.

Il leader Lars Ulrich ha spiegato che il titolo nasce dall’idea di prendere due parole conosciute che, messe l’una accanto all’altra, danno vita ad un concetto libero ad ogni interpretazione.

Ma veniamo alle songs: That was just your Life, il pezzo d’apertura, non si può dire sia irresistibile; ma poi il sound cresce, Lars prende a picchiare duro sulla batteria, in un continuo crescendo, di traccia in traccia, fino a giungere alla splendida track strumentale Suicide & Redemption, per concludere col botto, immersi nella travolgente My Apocalypse.

In mezzo a tutto ciò, troviamo The Day That Never Comes, il primo singolo estratto. Come tutto l’album anch’esso è in divenire: parte come una ballatona, per poi caricarsi sempre di più, e sfociare in energia pura. Esattamente come il videoclip che lo accompagna, assolutamente da vedere.

Giusto per non deludere i nostalgici, i Metallica hanno pensato bene di inserire la terza versione della storica The Unforgiven: meglio la seconda, decisamente meglio l’originale.

Ad ogni modo, Death Magnetic non deluderà i fans. Certamente i suoni grezzi e sporchi che hanno portato alla ribalta i Metallica rimangono tutt’altra cosa, ma la grinta di Hetfield, le lunghe intro, e la potenza infusa, ci rassicurano che i tempi di Load, per fortuna, sono stati solo un brutto sogno.