Diamanda Galas, una cantante da scoprire

Nel panorama musicale commerciale, poco si sente parlare  della “donna nera” che tanto incanta ed ammalia le orecchie di intenditori eclettici di sonorità.

Diamanda Galas è una delle artiste più virtuose al mondo che, con la sua voce, riesce a raggiungere note sopranili e passare improvvisamente ad “urla” filo metal in una maniera sostenibile senza “steccare” (come si dice in gergo musicale) in alcun momento; la sua arte è fatta di performance sonore inverosimili che abbracciano un campo ampio di sound: il gospel, il blues con il jazz, insieme a rivisitazioni classiche, coadiuvate dal suo pianoforte che non abbandona nel suo percorso artistico.

Di origini greche, ma poi trapiantata in America, Diamanda Galas nasce senza una collocazione tipica musicale: non la si può definire cantante di jazz o blues (anche se alcune sue performance possono semplicemente ricondurla alla voce nera di una Billie Holiday o Ella Fitzgerald) né cantante metal come alcuni l’hanno definita dopo uno dei suoi lavori più virtuosi del 1982,

The Litanies of Satan, in cui ha registrato due soli pezzi dal risultato quasi fantasticamente inumano, visto che a rauchi “lamenti” da simil indemoniata, passa a sublimi acuti lirici.

L’ultima sua fatica s’intitola Guilty, Guility, Guilty uscito qualche mese fa, in cui riprende brani di colleghi musicisti con sue rivisitazioni personali rendendo la performance tutta soggettiva, ed accompagnandosi da sola con gli strumenti della sua vita artistica: voce e piano.

L’album, composto di sette tracce, è registrato dal vivo durante il suo tour “Diamanda’s Valentines Day Massacre” a dimostrazione che il collegamento tra l’arte improvvisata e la corrente della Performance art non è poi del tutto fuori luogo.

Il lavoro si apre con sonorità gospel: 8 Men and 4 Women dell’amico soul O. V. Wright, brano che con Diamanda diventa quasi inquietantemente “diabolico”: un’ ouverture degna delle sue vecchie fatiche anni 80, quasi per non discostare il  pubblico dall’ animo originario che sono stati i giochi di voci elegantemente rochi.

Un ritorno alle sue modulazioni vocali del passato si esprime, raggiungendo l’apice, con il vocativo  O Death, di Ralph Stanley in cui il suo straordinario talento al pianoforte passa in secondo piano dando campo libero a certe vibrazioni che si alternano tra bassi gospelliani e ricercati inni alla sua classica passione “maledetta” del blues, mischiato a diabolici risultati.

Non potevano mancare le rivisitazioni classiche del panorama dell’elite sonora di “Autumn leaves” e la finale conclusione di Heaven have Mercy di Edith Piaf; un stile che Diamanda recita quasi ricordando il linguaggio lamentoso dell’amanes, caratteristico forma sonora di origini elleniche.