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15 Dec

Spotify risponde a Thom Yorke

LaRedazione - 16 luglio 2013
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16 luglio 2013
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Il botta e risposta che negli ultimi giorni sta tenendo banco tra il servizio di musica online Spotify e l’artista inglese nonché leader dei Radiohead Thom Yorke continua ad andare avanti. Una polemica che ha visto per la prima volta dal momento della sua introduzione nei paesi principali dell’industria musicale artisti di importanza di primo piano dissociarsi dal servizio che pure sta diventando uno dei principali a livello mondiale e soprattutto europeo. Ad iniziare la polemica era stato Yorke, che aveva comunicato ufficialmente nei giorni scorsi la decisione di ritirare da Spotify i brani del suo album solista, ed anche quelli del disco del suo progetto parallelo ai Radiohead, una band chiamata Atoms for Peace, spiegando questa sua volontà con toni abbastanza polemici. Yorke ha infatti specificato come un servizio come Spotify, che si vanta di dare voce e visibilità a tanti artisti emergenti della scena musicale, sia in realtà decisamente penalizzante per gli stessi cantanti, che a furia di veder ridursi gli introiti economici, non saranno più in grado di produrre nuova musica, e finiranno con il penalizzare anche servizi di diffusione dei pezzi in streaming come lo stesso Spotify. Una posizione sostenuta anche dal manager e produttore di Thom Yorke, Nigel Godrich (che nella sua scuderia può vantare figure di primissimo livello come ad esempio Paul McCartney), che ha puntato l’indice contro coloro che alimentano un sistema definito senza mezzi termini iniquo per gli artisti. Dunque un attacco piuttosto aspro che ha trovato però subito la risposta dei gestori di Spotify, che tramite un comunicato hanno spiegato come gli obiettivi del servizio siano palesemente tesi a sostenere gli artisti anche e soprattutto dal punto di vista economico, e che per fare ciò sia necessario dar loro visibilità proprio tramite quel sistema che è stato definito mortalmente dannoso da Yorke e Goldrich. Il sistema di Spotify prevede l’utilizzo del servizio attraverso tre categorie: quella standard prevede l’ascolto gratis di musica in streaming intervallata da pubblicità, quella priva di pubblicità, a quattro virgola novantanove euro al mese, e quella premium che permette di ascoltare le canzoni su tutti i dispositivi dell’utente, ad un costo di nove virgola novantanove euro al mese. Dei ventiquattro milioni di utenti attivi, Spotify ne conta circa sei milioni paganti, ed ha specificato di aver pagato negli ultimi cinque anni ben cinquecento milioni di euro in diritti d’autore alle case discografiche, una quota di certo non trascurabile considerando la crisi del settore. Ma il botta e risposta con Yorke sembra destinato a continuare ancora.

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