+9912: CALL CENTER BOMBAY

Si direbbe che il nostro mondo sia in stato d’assedio: paura diffusa, controlli sempre più severi, operazioni militare preventive.

La società occidentale sembra disperatamente arroccata contro le nuove invasioni barbariche degli immigrati che premono ai confini, delle merci a basso costo che invadono i mercati, dei terroristi e degli integralisti che minacciano la nostra sicurezza e il nostro stile di vita.

Ma quale fondamento reale hanno queste sensazioni? I barbari sono davvero alle porte?

+9912: CALL CENTER BOMBAY, la storia che Cult propone lunedì 9 aprile alle 21, disegna un quadro molto più complesso in cui è difficile capire chi sono gli invasori sul piano economico, politico e culturale e attribuire in maniera univoca la responsabilità di quei fenomeni che stanno allarmando e talvolta ossessionando l’opinione pubblica dei paesi occidentali.

Il documentario racconta le storie di 6 ragazzi indiani che hanno assunto dei nomi inglesi, Glen, Sydney, Osmond, Nikki, Nicholas e Naomi, e sono impiegati in un call center a Bombay per la promozione di prodotti e servizi per il mercato statunitense.

I protagonisti, come migliaia di loro colleghi in tutta l’India, sono costretti ad imparare non solo gli accenti e le differenti espressioni gergali degli Stati Uniti, ma anche a pensare e a reagire come americani; tanto è vero che anglicizzano i loro nomi e si addormentano al suono di audio cassette motivazionali che promuovono il successo e il sogno a stelle e strisce.

Non solo. Lavorando per 14 ore di seguito a partire dalla mezzanotte a causa del fuso orario e guadagnando un quarto di quanto riceverebbe un americano per fare lo stesso lavoro, alcuni di questi ragazzi cominciano a fantasticare come dei giovani statunitensi: il sogno di uno di loro, appassionato di Elvis Presley e convinto che tutto ciò che è indiano è vecchio, è possedere una villa in stile spagnolo mentre un altro è convinto che chiunque in America possa diventare ricco.

Con toni a volte divertenti a volte drammatici, +9912: Call Center Bombay è costruito come un racconto nel corso del quale uno dei protagonisti, che all’inizio detesta il lavoro di operatore di call center, comincia lentamente ad amare questo mestiere, arrivando ad affermare “il call center è come la mamma”.

Nel breve tempo di una telefonata, riesce a stabilire un rapporto intenso con chi l’ascolta dall’altra parte del telefono e del mondo.

Alla fine, quello che emerge è un perverso meccanismo che mette in contatto diversi tipi di solitudine, che si sfiorano senza riuscire a comunicare realmente.

Diffidenza e desiderio di comunicare, insofferenza e curiosità, insoddisfazione e gioia si alternano nelle voci degli americani come degli indiani, non tanto diversi, alla fine, gli uni dagli altri.