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17 Dec

C’era una volta la città dei matti…: Fabrizio Gifuni è Franco Basaglia su Rai 1

dgmag - 7 febbraio 2010
7 febbraio 2010
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Stasera e domani su Rai 1 va in onda il film per la tv C’era una volta la città dei matti…, un viaggio tra gli orrori e le crudeltà che, in un passato neppure troppo lontano, circondavano le strutture protette in cui venivano rinchiusi e dimenticati i malati di mente.

Un viaggio che racconta la disperazione, la paura, l’impotenza  di chi, segregato nei manicomi, non aveva più nè diritti nè voce; ma anche e soprattutto la storia del cammino difficile e illuminato di Franco Basaglia ( Fabrizio Gifuni), uno dei più importanti rappresentanti della psichiatria italiana del Novecento che con le sue teorie e le sue pratiche innovative ha aperto le porte dei manicomi alla speranza e al cambiamento di cui ricorre, quest’anno, il trentennale della scomparsa.

Margherita (Vittoria Puccini) è una ragazza bella e piena di vita. La sua unica tara è di avere una madre che vive nell’ossessione della colpa di averla concepita con un soldato americano, che poi è sparito. Per non ammettere nemmeno con se stessa il peso del peccato che si porta dentro, la donna lo scarica sulla figlia. E quando le suore del collegio a cui è affidata si lamentano del carattere troppo vivace di Margherita, delle sue prime, normali pulsioni amorose, la fa ricoverare in un ospedale psichiatrico. In pochi mesi, nell’ambiente oppressivo e violento del manicomio, Margherita, da ragazzina piena di vita e curiosità, si trasforma. Diventa una creatura ribelle e ingovernabile, al punto che la tengono in una gabbia come una bestia feroce.

Boris è reduce da una guerra terribile che lo ha ridotto al mutismo. Nessuno sa quali orrori hanno visto quegli occhi neri e profondi, le sofferenze patite da quel corpo possente e gigantesco. Perché Boris è chiuso in se stesso, non parla, non esprime in nessun modo i suoi sentimenti. Ma fa paura. E nel manicomio dove lo portano, invece di aiutarlo, pensano solo a contenerlo, a neutralizzare la sua carica aggressiva con elettroshock e camicia di forza. Boris rimane legato ad un letto per quindici anni.

Furlan è un ex partigiano, un uomo mite e buono che ha moglie e figli. Lui in ospedale psichiatrico ci si fa chiudere di sua volontà. Vuole curarsi dalla paura degli attentati che gli è rimasta dalla guerra, dall’alcolismo che gli mina il fisico e la mente. Non immagina che dentro la città dei matti ci rimarrà prigioniero, nutrito a forza con un imbuto, sottoposto a terapie crudeli e devastanti che invece di curarlo lo riducono ad una larva.

Ciccacicca è come un bambino anche se ha quasi vent’anni. Il manicomio, dove vive sottomesso alle prepotenze di ricoverati e infermieri, è tutto il suo mondo. Chiuso in se stesso, spaventato, vive tremando di paura, seguendo solo i suoi desideri primari.

E poi c’è Nives, che non è una paziente ma un’infermiera. E’ una brava donna, una madre di famiglia onesta e lavoratrice. Le hanno insegnato che i matti non sono persone, ma poco più che cose: vanno lavati, vestiti, legati e puniti. E lei questo fa, li lava, li nutre, li punisce. E questo trattare gli esseri umani come oggetti, pian piano la svuota dentro, la divora. Nives non si rende conto che il manicomio è un lager che ha il potere di disumanizzare non solo i matti ma anche chi li dovrebbe curare e invece è ridotto al rango di carceriere.

Questi, tra gli altri, sono gli uomini e le donne che si trova di fronte Franco Basaglia quando diventa direttore del manicomio di Gorizia. Un posto marginale, a suo modo comodo, dove lo psichiatra potrebbe limitarsi a prendere lo stipendio e continuare a scrivere i suoi libri delegando, come il suo predecessore, ad assistenti e infermieri lo sporco lavoro di amministrare l’ospedale.

Ma Basaglia e sua moglie, Franca Ongaro, una donna coraggiosa e colta dell’alta borghesia veneziana, a contatto con quella realtà terribile sono sconvolti. E decidono di cambiarla. Come, non lo sanno, perché il manicomio è una delle istituzioni repressive più durature della storia umana in Occidente. Ma qualcosa si deve fare. A costo d’inimicarsi l’establishment politico e culturale dell’epoca.

Comincia così un’avventura straordinaria che porta Franco e sua moglie, ai quali si uniranno altri giovani psichiatri ribelli, a smontare letteralmente l’universo concentrazionario della Città dei matti. Un’avventura mai tentata prima, piena di rischi e di pericoli il cui esito è tutt’altro che certo.

Con la direzione Basaglia viene eliminata ogni tipo di contenzione fisica, sospese le terapie di elettroshock. Vengono aperti i cancelli, lasciando così i malati liberi di passeggiare nel parco, di consumare i pasti all’aperto, persino di lavorare. S’inizia, soprattutto, a prestare attenzione alle condizioni di vita degli internati e ai loro bisogni. Si organizzano le assemblee di reparto e le assemblee plenarie. Si aprono spazi di aggregazione sociale, cade la separazione coatta fra uomini e donne.

Grazie al nuovo corso Margherita, Boris, Cicca-cicca e tanti altri degenti come loro si riaffacciano alla vita e il racconto, attraverso le loro vicende, diventa un palpitante percorso umano e sentimentale in cui uomini e donne, destinati a finire i loro giorni rinchiusi, riconquistano, tra successi e cadute, giorno dopo giorno, una vita degna di essere vissuta: un lavoro, una casa, l’amore.

Anche gli infermieri come Nives, dapprima avversari del nuovo direttore, acquisiscono una nuova coscienza e gli si affiancano nel processo di trasformazione del manicomio.

I protagonisti di questa vicenda epica pagheranno però un alto prezzo esistenziale e personale: difficoltà economiche, problemi familiari, separazioni segnano le storie di medici e infermieri che hanno deciso di seguire Franco nella sua lotta.

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