I Vicerè su Rai 1 il 23 e 24 novembre

In uno scenario di trasformismo all’italiana le vicende drammatiche della famiglia Uzeda tra amori delusi, odi familiari e vendette atroci.

Tratto dal capolavoro di Federico De Roberto il racconto di un momento del passaggio della storia italiana dal regno dei Borboni all’Italia unita: su Rai 1 domenica 23 e lunedì 24 novembre in prima serata.

Prodotto da Jean Vigo Italia e Rai Fiction, sceneggiatori lo stesso regista, Francesco Bruni, Filippo Gentili e Andrea Porporati, in collaborazione con Tullia Giardina e Renato Minore, il film si avvale di un nutrito cast che affianca nomi prestigiosi di attori italiani agli spagnoli: Alessandro Preziosi e Cristiana Capotondi nel ruolo dei due protagonisti Consalvo e Teresa, Lando Buzzanca nella parte del principe Giacomo e Lucia Bosè in quella di Donna Ferdinanda, Guido Caprino (Giovannino), Franco Branciaroli (Conte Raimondo), Assumpta Serna (Duchessa Radalì), Jorge Calvo (Michele Radalì), Vito (Fra’ Carmelo), Giselda Volodi (Lucrezia),  Sebastiano Lo Monaco (Don Gaspare), Paolo Calabresi (Benedetto Giulente), Pep Cruz (Don Blasco) e molti altri, tra cui alcuni giovani chiamati a interpretare i personaggi da bambini o ragazzi.

Nel suo romanzo, pubblicato nel 1894, secondo volume di una trilogia iniziata nel 1891 con L’Illusione e conclusa con l’incompleto L’imperio uscito postumo nel 1928, De Roberto (1861 – 1927) crea la storia della famiglia Uzeda, una delle più eminenti dell’aristocrazia siciliana di origine spagnola, da secoli ai vertici del potere politico ed economico di Catania.

Con la sapienza e la freddezza di un anatomopatologo, lo scrittore, da sempre votato al verismo e all’assoluta obiettività, ma senza mancare di risvolti ironici o grotteschi, osserva e analizza la società dell’epoca, che alla fine dell’epopea risorgimentale deve affrontare la nuova realtà politica e sociale. Su questo scenario si affollano personaggi equivoci e corrotti, politicanti tuttofare, pseudorivoluzionari, governanti e avvocati, nobili e borghesi, monaci e cardinali, infine intellettuali, sempre pronti a prostrarsi ai potenti di turno e a salire sul carro del vincitore appena cambia il vento. Una saga del trasformismo italiano.

Al centro di questa massa di trasformisti, il principe Consalvo, che scende in campo per brama di potere, mostrando di sapersi adattare con raro cinismo al nuovo corso storico politico.

Queste le sue parole: "la storia è una monotona ripetizione; gli uomini sono stati, sono e saranno sempre gli stessi. Le condizioni esteriori mutano; certo, tra la Sicilia di prima del Sessanta, ancora quasi feudale, e questa d’oggi pare ci sia un abisso; ma la differenza è tutta esteriore. Il primo eletto col suffragio quasi universale non è né un popolano, né un borghese, né un democratico: sono io, perché mi chiamo principe di Francalanza. Il prestigio della nobiltà non è e non può essere spento".

Il suo programma elettorale è un esempio delle contraddizioni e delle manipolazioni possibili nella politica e nell’etica: pur di aggrapparsi al potere si schiera dalla parte del socialismo ma non condanna il capitalismo, si dice rivoluzionario ma rende omaggio al re, si atteggia ad anticlericale ma si inchina al papa.

Il regista Faenza fa notare come il discorso pronunciato da Consalvo al comizio finale possa sembrare scritto oggi dagli sceneggiatori del film tv, mentre invece è stato partorito dalla penna di De Roberto più di cento anni fa.