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14 Dec

Il mestiere degli arbitri raccontato in Kill the referee

15 novembre 2009
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Stasera alle ore 21.00 su Premium Calcio, canale di Mediaset Premium dedicato allo sport 24 ore su 24, andrà in onda in esclusiva Kill the referee, il docu-film inserito nella sezione Ici et Ailleurs della 62° edizione del Festival Internazionale del Film di Locarno.

Che cosa si dicono arbitri, guardalinee e quarto uomo con i microfoni e le cuffiette? Prevale la tensione, l’adrenalina, l’esaltazione? O il terrore e la paura di sbagliare? Come si possono sentire quando, in pochi secondi, sono costretti a prendere decisioni importanti che possono perfino arrivare a cambiare la loro vita?

Ne sa qualcosa l’arbitro inglese Howard Webb, la cui esistenza, per una decisione presa durante la finale di Euro 2008, è diventata un incubo. Di tutto questo e di molto altro tratta il docu-film Kill the referee, che racconta il delicatissimo mestiere degli arbitri. Un ritratto della loro vita professionale, della loro passione, dei loro dubbi, delle loro certezze.

Diretto da Yves Hinant, girato durante i campionati Europei del 2008 in Austria e Svizzera, svela i retroscena del duro e delicato lavoro arbitrale e ha come protagonisti cinque tra i migliori “fischietti” internazionali: Roberto Rosetti (Italia), Peter Fröjdfeldt (Svezia), Massimo Busacca (Svizzera), Howard Webb (Regno Unito) e Manuel Enrije Mejuto Gonzalez (Spagna).

Per una volta le telecamere non sono state puntate solo sui giocatori in campo, ma sugli arbitri e sulle loro famiglie. Un “Grande Fratello” che ha messo in luce il lato umano degli arbitri. Grazie ad alcuni microricevitori, possiamo ascoltare i fitti dialoghi tra arbitri, guardalinee e quarto uomo, assistere ai processi decisionali che si svolgono in campo, prestare attenzione a quello che si dicono con i giocatori durante i match, e rivivere così la suspence della gara da un punto di vista inedito.

Oltre ai microfoni, ci sono le telecamere, che osservano i riti pre-partita negli spogliatoi (fra abbracci, baci scaramantici, crocifissi, virili pacche sulle spalle), i trasferimenti verso gli stadi, il tempo libero in hotel, le riunioni dove i designatori giudicano la loro prestazione in campo del giorno prima, fino a testimoniare la tensione vissuta durante le partite dalle famiglie degli arbitri, spettatrici dal divano di casa.

Viene svelata, inoltre, anche un’altra realtà: gli arbitri, con guardalinee e assistenti, formano una squadra, i cui componenti si conoscono molto bene, si sostengono e si aiutano. Ovviamente, con una componente di rivalità, perché ognuno vorrebbe arbitrare la finale.
Il sogno di ciascuno, infine, è che al termine della partita non si parli mai di loro: vuol dire che tutto è filato liscio.

Ma, al contrario, il silenzio è molto raro. Insomma, verranno mostrati gli arbitri come non li abbiamo ma visti, per cogliere la componente “drammatica” di una professione troppo spesso non capita e fraintesa.  

Ciò che emerge dal film è il lato umano degli arbitri. I direttori di gara svolgono un lavoro impegnativo, sono sottoposti a tante pressioni e, così come i calciatori, anche loro possono sbagliare.

L’arbitro è una persona come tutte le altre, con moglie, figli, amici. Lo scopo del documentario è quello di farci esplorare il terreno di gioco dal punto di vista inedito dei tecnici di gara, facendoci vivere anche la loro paura di commettere degli errori sotto gli occhi di milioni di tifosi. Sbagli che, come nel caso di Webb, possono avere gravi conseguenze. L’obiettivo è quello di riconciliare il pubblico di tifosi con la figura più discussa e contestata dello sport.

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