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11 Dec

Le offese in un reality show non sono reato

24 settembre 2009
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Siccome i reality show sono pensati per rappresentare un certo tipo di Italia, non è reato offendere i concorrenti.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione secondo cui "essere apostrofati con una offesa in quel contesto non è reato" e non lo è neanche se l’epiteto offensivo viene replicato fuori dal programma data la "naturale tendenza del pubblico all’imitazione di quanto apparso in televisione".

La Cassazione, pur non rinunciando a ritenere che in questo format televisivo il "contrasto verbale" sia diventato "uno schema oggi abusato", ha assolto dal reato di diffamazione un naufrago che partecipò a Survivor su Italia 1 e che apostrofò con l’epiteto "pedofilo" un altro concorrente perchè copriva di attenzione una naufraga "molto più giovane di lui".

La Corte con la sentenza 37105 si è dunque allineata al giudizio della Corte d’Appello della Capitale che aveva osservato che "l’uso della parola pedofilo era stato scherzoso, come evidenziato anche dal fatto che" il naufrago non famoso Samuele S. "aveva inteso riferirsi alle attenzioni rivolte da Franco M. ad una donna molto più giovane di lui, ma pur sempre adulta".

Il fatto è che quando il reality è finito il naufrago continuava ad essere sfottuto con quell’epiteto anche a casa, dagli amici e per questo si era sentito diffamato.

Per la Cassazione, però, anche i "pesanti sfottò subiti" sono conseguenza "della notorietà volontariamente acquisita dal naufrago con la partecipazione a quella trasmissione televisiva" che porta una "naturale tendenza del pubblico all’imitazione di quanto apparso in televisione".

Poco importa, inoltre, il fatto che fosse un programma registrato e trasmesso in un secondo momento: "è infatti irrilevante", hanno precisato, "il mancato esercizio della facolta’ di tagliare la sequenza di cui si discute dal momento che se ne esclude la portata offensivo".

Questo sempre in virtù del fatto che la caratteristica di ogni reality show è "quella di sollecitare il contrasto verbale tra i partecipanti, secondo uno schema oggi abusato, ma che anche a quell’epoca non poteva sfuggire ai soggetti direttamente coinvolti".

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