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11 Dec

Tv e tragedie, l’emblematico caso del terremoto dell’Aquila

La Redazione
8 aprile 2009
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C’è una notizia che sta facendo il giro della Rete da ieri pomeriggio e che ci riguarda tutti come italiani, come spettatori e come massa critica.

Si tratta del famoso momento in cui ieri nell’edizione delle 13.30, il Tg1 si è autoincensato per gli ascolti ottenuti dall’approfondimento giornalistico di Raiuno in occasione del terremoto dell’Aquila.

Dati sullo share, sugli ascolti in percentuale e in valori assoluti, snocciolati con tanta cura e grazia sottolineando come la tv nazionale sia leader in tutte le fasce orarie.

Non c’è sussulto nella voce della giornalista al pensiero che quei risultati sono stati possibili perchè l’uomo, per sua natura, è portato ad informarsi in caso di tragedia, è portato a ragionare e tentare di darsi delle spiegazioni; non c’è pietà in chi si preoccupa di far sapere al mondo che la tragedia paga in termini di ascolti, molto più di un grandefratello qualsiasi mandato o non mandato in onda.

E non c’è neanche compassione negli occhi di chi, sul posto, si premura di chiedere agli sfollati come si pensa di vivere da oggi in poi, di informarsi se l’immigrato estratto dalle macerie del piccolo paese di cui resta quasi niente è clandestino o regolare, di stressare un bambino con le domande sui ricordi e sulle paure di quella notte.

Come se rievocare la tragedia, anzi farla ricordare di continuo a chi l’ha vissuta in prima persona, fosse l’unico modo per informare.

E’ lecito chiedersi se sia questa l’informazione che ci si merita in un Paese democratico ed è quello che la blogosfera e la Rete stanno facendo in queste ore, postando commenti ai video, indignandosi per ciò che che la tv italiana ci propone in questi momenti, per come ce lo propone e per come vorrebbe che ci assuefacessimo, tutti e indistintamente, al sensazionalismo strillato, all’ossessione per lo scoop.

E che cominciassimo tutti a pensare che il racconto di una tragedia sia possibile solo mettendo da parte la dignità dei singoli e dei media che invece di informare fanno spettacolo, dando vita ad un teatrino che sa di programmato e finto, studiato quasi a tavolino. Con il conduttore che si reca sul posto e, con in mano l’orsacchiotto di un bambino di cui non si sa più nulla, parla di tragedia immane, di terrore: fissando la telecamera in maniera ossessiva, alla ricerca di consensi e, neanche tanto immaginificamente, l’occhio di chi guarda da casa.

Non se ne fa un discorso politico ma sociale: quanto c’è di giusto in quello che l’informazione fa, o piuttosto non fa, per i cittadini? Se la televisione è cattiva consigliera e cattiva maestra, la colpa di chi è?

Ma soprattutto: esiste un colpevole oppure, in un mondo che assomiglia sempre più ad un reality show, anche la tragedia rientra nell’ordine delle cose?

Quando la tragedia permettere di raggiungere l’obiettivo in termini di ascolto, ecco cosa fa il TG1:

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