
Quando morì, nel 1977, Nabokov lasciò istruzioni perché le 138 schede cui era affidata la prima stesura del romanzo che stava scrivendo, L'originale di Laura, venissero bruciate. La moglie Véra, tuttavia, non ne ebbe il coraggio.
Alla morte di lei, nel 1991, il destino del misterioso manoscritto passò nelle mani del figlio Dmitri, il quale si è dibattuto a lungo nel dubbio: ottemperare alla richiesta del padre o (come, per nostra fortuna, Max Brod fece con gli inediti di Kafka) tradirne la volontà e rendere pubblica l'ultima opera di uno dei massimi scrittori del Novecento?
Finalmente il dubbio è stato sciolto e viene dunque, finalmente, offerto ai lettori un libro che sembrava destinato a rimanere un irraggiungibile oggetto del desiderio.
In questo romanzo, oscuro eppure festante, la cui ispiratrice è una versione adulta e assai frivola della celeberrima Lolita, Vladimir Nabokov gioca, per l'ultima volta, ad affacciarsi sull'abisso della nostra inevitabile fine, ma come sempre trasforma la morte in un atto revocabile che, giunto l'istante fatale, evapora nelle magie dell'illusionismo.
Gioca con la strenua aspirazione al dominio della vita e all'immortalità per poi rivelarci che morire è divertente. Gioca con le scatole cinesi del suo racconto, in cui realtà e finzione si rincorrono in un labirinto di specchi.
E come ultimo dono ci spalanca le porte del suo impareggiabile laboratorio creativo.
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