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15 Dec

Turchia: la rivolta dei giovani ‘pop’

Gianfranco Mingione - 4 giugno 2013
Gianfranco Mingione
4 giugno 2013
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Ci sono giovani uomini e giovani donne dietro la protesta turca. Inizialmente scesi a protestare contro la speculazione edilizia crescente e la cementificazione di un polmone verde storico di Instanbul, sono ora diventati qualcosa di più. Sono i simboli di durissimi scontri tra una generazione che aspira ad una Turchia più aperta e moderna ed un governo definito autoritario, filo religioso, che fa capo al premier Recep Tayyip Erdogan, accusato di voler islamizzare il Paese. Un’accusa che, a sentire la replica di Erdogan, non rientra nelle sue corde: “Se chiamano chi ha servito il popolo dittatore, non hanno capito niente (…) la dittatura non scorre nelle mie vene e non è nel mio carattere. Sono il servo del popolo” (fonte: www.corriere.it).

La rivolta dei giovani “pop”. I resoconti e le immagini che arrivano dagli inviati nel Paese della mezzaluna concordano tutti sulla natura della protesta e dei suoi protagonisti che, oramai, è dilagata come una febbre in tutta la Turchia, coinvolgendo le piazze delle principali città: da Istanbul, dove è partita, ad Ankara la capitale, a Smirne. Un coro di lotta di quella che è stata battezzata come la rivolta pop, di giovani che non vogliono più subire i diktat governativi. Così come in altre porteste che hanno segnato l’avvio delle tante primavere arabe, anche in questo caso le donne, sono soggetti attivi, che scendono in piazza e fanno sentire la propria voce.

Polizia violenta. Il risultato degli scontri ha prodotto, purtroppo, anche i primi morti, e sotto accusa c’è la violenta repressione della polizia. L’ultima delle tre vittime, un giovane di 22 anni, Abdullah Comert, è deceduto in ospedale in seguito ad una ferita da arma da fuoco riportata durante gli scontri. Non si sa da chi sia partito il colpo, così come è successo ad un altro manifestante, ad Ankara, Ethem Sarisuluk, colpito da un proiettile alla testa. L’ultima delle tre vittime è stata invece investita da un taxi che si è lanciato contro la folla; le motivazioni del gesto sono tutt’ora inspiegabili. Secondo il ministro dell’Interno, Muammer Guler, sono 1.700 i dimostranti arrestati, di cui molti già rilasciati. L’organizzazione internazionale Amnesty parla di cinque persone in fin di vita.

La rivolta prosegue. Il presidente della Repubblica, Abdullah Gül, invita il Governo ad ascoltare il messaggio dei manifestanti. Intanto il premier, in visita in Marocco, ha minimizzato quanto sta accadendo in patria, affermando che: “La situazione si sta calmando e al mio ritorno da questa visita i problemi saranno risolti”. Parole che sono risuonate come la ciliegina sulla torta: subito dopo si è nuovamente infiammata la protesta in piazza Taksim, così come ad Ankara e in altri luoghi del Paese. All’orizzonte si vedono già le elezioni amministrative e presidenziali del prossimo anno, dalle quali potrebbe uscire una Turchia diversa. Intanto è chiara la prima sconfitta del potere: imponendo progetti così importanti senza consultare chi vive il territorio, si rischia di scoperchiare il vaso di Pandora. Una lezione che, a quanto pare, i potenti della politica non vogliono proprio imparare.

[foto: tg24.sky.it]

Gianfranco Mingione

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