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17 Dec

Diesel: indignazione sul web per la modella col burqa della pubblicità

LaRedazione - 17 settembre 2013
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17 settembre 2013
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I am not what I appear to be“, ovvero “Io non sono ciò che sembro”. E’ la frase che accompagna la nuova, discussa pubblicità del marchio Diesel, nella quale una ragazza occidentale, nuda e con la pelle tatuata, indossa solo un burqa di jeans. L’immagine ha scatenato polemiche non solo fra gli islamici integralisti, ma anche fra quelli più moderati; criticata dai laici, la campagna pubblicitaria ha riacceso proteste e perplessità sui limiti che ogni manovra di marketing dovrebbe sempre tenere presenti per non risultare offensiva e di cattivo gusto.

In tal senso, la nuova pubblicità della Diesel ha alcuni illustri precedenti, tutte testimonianze di come a volte sia facile “passare il segno” pur di catturare l’attenzione del consumatore. Come dimenticare, ad esempio, la pubblicità della Jesus Jeans degli anni Settanta, firmata da Oliviero Toscani ed Emanuele Pirella, che recitava ” Non avrai altro jeans al di fuori di me“, che per la prima volta “desacralizzava” la religione portandola in un contesto “profano” come la promozione di un capo d’abbigliamento? O la più recente campagna della Benetton ( firmata dallo stesso Toscani) in cui papa Benedetto XVI bacia l’Imam del Cairo? Sembra però che le polemiche per la “modella in burqa” siano molto più accese e fondate, poichè si basano sull’ attualità di fatti particolarmente delicati e “scottanti”.

Ci si è chiesti, insomma, se la finalità della Diesel fosse lanciare un messaggio forte a difesa della libertà della donna o se siamo in presenza del solito espediente per far parlare. Intervistato in proposito, Nicola Formichetti, direttore artistico del marchio, ha risposto: “Volevo trovare persone che riflettono la diversità della comunità artistica di oggi e non solo il modello standard.” Nei fatti, il risultato è andato ben oltre le intenzioni, sconfinando nel luogo comune di un Islam oppressivo nei confronti delle donne e, purtroppo, in una provocazione che a molti è sembrata gratuita e scontata.

Indignate anche le femministe, mentre fra gli internauti le reazioni sono state molto differenti. C’è chi in merito ha espresso un’opinione favorevole, sostenendo che limitare in qualche modo la creatività dei pubblicitari nuocerebbe alla libera espressione del genio artistico; altri, invece, hanno sottolineato l’importanza di regole ispirate al rispetto e al buon senso, perchè le esigenze promozionali di un prodotto non possono giustificare l’offesa o la volgarità. Ciò vale in modo particolare per la religione, da sempre una delle “armi segrete” preferite dai pubblicitari per attrarre potenziali acquirenti.

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