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18 Dec

Italiani all’estero: lavorare in GB? Si, ma…

Gianfranco Mingione - 5 luglio 2013
Gianfranco Mingione
5 luglio 2013
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Partire per lavorare o partire per studiare. Questo accade a chi sceglie di dirigere il timone della propria vita all’estero. Sono molti gli italiani, dai più giovani ai meno giovani, che compiono la scelta di allontanarsi dai confini nazionali per compiere un’esperienza simile. Leggiamo la storia di Roberta Cardinale, 32 anni, originaria di Fondi (Latina), una laurea in Arti e Scienze dello spettacolo, un master in comunicazione, la passione per il violino e diversi stage e tirocini per aziende del territorio. La sua aspirazione è lavorare nell’ambito dei social media. Roberta è partita lo scorso gennaio, con meta la globale e multietnica Londra, per rientrare dopo qualche mese nella sua città.

Cosa ti ha spinto a fare questo nuovo viaggio?
Il motivo principale che mi ha spinto a partire per Londra è la mancanza di opportunità lavorative in Italia. Un viaggio, però, ha in sé sempre il desiderio della scoperta e del cambiamento ed è un modo per ritrovare sé stessi. Londra in questo momento è piena di immigrati italiani e spagnoli che, a causa della crisi economica, vanno a tentare la fortuna nel Regno Unito. C’è chi studia l’inglese, chi ha perso il lavoro nel proprio Paese e ne cerca un altro, chi un lavoro non l’ha mai trovato, ma il filo che lega tutte queste persone – in fondo – è la voglia di progredire, di cambiare la propria vita e di realizzare qualche piccolo sogno.

Come è andata lì?
Appena arrivata l’entusiasmo era immenso. Tutto mi sembrava straordinario, nonostante l’inverno infinito di quest’anno e il sole che non si vedeva quasi mai. Poi ho iniziato ad incontrare una serie di difficoltà nella ricerca di lavoro. Londra comincia a sentire la crisi e nelle aziende non c’è più tutto questo spazio per gli italiani. Anche lì ci sono le internship (che sarebbero i nostri stage), questa forma di lavoro gratuita o quasi che, a mio parere, sta prendendo un po’ troppo piede dappertutto e che fa diventare molti giovani degli eterni stagisti. Il rischio è di ritrovarsi in una situazione simile a quella italiana, come è accaduto a me. I lavori nei ristoranti, nelle caffetterie, nei pub e nei negozi non sono più così facili da trovare come una volta. Il mercato lavorativo è sempre più competitivo. Ci vogliono tempo, fortuna e anche denaro, perché il costo della vita è molto elevato.

Cosa ti ha colpito?
Mi ha colpito particolarmente il Google Campus, uno spazio di lavoro che si trova nel cuore della Tech City londinese, dove le persone possono incontrarsi, confrontarsi, collaborare, far nascere il proprio business o semplicemente partecipare a degli eventi per imparare qualcosa di nuovo. Al Campus può capitarti di parlare con l’amministratore delegato di una grossa azienda oppure di poter chiedere consigli ad una giornalista del Times. Chiunque è degno di essere ascoltato, senza dover per forza essere amico di qualcuno. L’obiettivo è proprio quello di creare nuovi contatti.

Il ritorno
Tornando ho portato con me il ricordo dei luoghi, degli incontri, delle relazioni umane e un’energia ritrovata, la consapevolezza che ogni pezzo del nostro percorso può essere interessante. Quotidianamente dobbiamo sentirci dire che la laurea che abbiamo preso non serve a niente, che il master è una cosa inutile, che gli stage e le esperienze lavorative fatte non hanno importanza. E spesso dobbiamo sentircelo dire da  qualche praticone o da chi per inspiegabili motivi si sente superiore. Credo che la nostra piccola lotta quotidiana sia far capire che distruggere non serve a niente e che quel che è fatto è fatto. Le nostre lauree inutili non le abbiamo certo inventate noi. Bisogna invece partire dal punto in cui siamo e provare a costruire qualcosa, a creare luoghi di incontro dove possano nascere collaborazioni e idee, sperando che ci venga restituito il diritto al lavoro.
Il viaggio continua.

Per chi vuole mettersi in contatto con Roberta: Twitter @RoCardinale

di Gianfranco Mingione

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